COMMENTO

La tempesta perfetta contro la Costituzione

Elezioni
MASSIMO VILLONEITALIA/ROMA

Nella campagna elettorale in corso troviamo due convitati di pietra: la legge elettorale e la Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza. Sulla legge elettorale abbiamo visto addensarsi la tempesta. Da tempo alcuni commentatori – tra cui io stesso – sottolineavano la necessità di arrivare a un impianto proporzionale, trovandosi spesso tacciati di polveroso passatismo.
L’abbandono del Rosatellum era sollecitato da argomenti generali e di sistema, da profili di dubbia costituzionalità, e dalla considerazione degli equilibri politici che tendevano a consolidarsi. Si è anche brevemente aperta una finestra temporale in cui il cambiamento è sembrato possibile. Ma i fans del maggioritario, del bipolarismo coatto e della governabilità a tutti i costi – loro sì passatisti Doc – hanno spinto perché si chiudesse,
Ora, la tempesta è perfetta. Il 36% di seggi uninominali maggioritari decide la competizione. Consegna al soggetto politico – partito, coalizione strutturata o assemblaggio elettorale – più forte un vantaggio che può mostrarsi impossibile da recuperare. Spinge dunque alle ammucchiate, costi quel che costi.
Ha contribuito alla frantumazione di Forza Italia rimodulando il centrodestra in una destra con piccola appendice di centro. Ha scatenato sulle ceneri del campo largo di Letta un gioco di veti incrociati e una rissa poco comprensibili se non si considera che secondo le analisi ad oggi più accreditate solo circa 50 seggi uninominali rimangono di fatto contendibili. In tali condizioni si tratta con il pugnale tra i denti.
Una grande riffa di alleanze e candidature, cui si sottrae il Movimento 5Stelle, che sceglie di tornare alle origini senza minimamente chiedersi se proprio i mantra di quelle origini abbiano nel tempo disperso i due terzi dei consensi ricevuti nel 2018. Ci sarà stato o no un problema di progetto, di gruppo dirigente, di azione politica, di parole d’ordine, di organizzazione, di comunicazione? In ogni caso, il 36% di seggi maggioritari, preclusi a un Movimento in corsa solitaria, contribuirà a una marginalizzazione. Peserà anche la decapitazione per il limite dei mandati di quel poco di gruppo dirigente che negli anni si era con fatica formato.
La politica sta mostrando la sua faccia peggiore. Gli assemblaggi forzosi fanno esplodere le contraddizioni. Questo non prelude a nulla di buono per quanto riguarda la governabilità reale del paese dopo il voto, anche considerando che gli equilibri politici potrebbero essere diversi tra Camera e Senato. Ma già preoccupano le poche linee che cominciano ad emergere.
Qui troviamo il secondo convitato di pietra: la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Nel Gazzettino del 31 luglio leggiamo che Zaia e Fontana scrivono un patto sull’autonomia da far firmare a FdI e FI. Zaia dichiara bellicosamente: “Andremo a chiedere ai nostri alleati di firmare questo impegno per l'autonomia… anche perché non avrebbe senso iniziare un'eventuale esperienza di Governo con punti interrogativi grandi come questo e su temi così importanti”. Un cambiamento da perseguire perché “guardandoci attorno, tutti i sistemi di governo che più ammiriamo sono federalisti, dove l'autonomia viene applicata”. Salvini, secondo notizie di stampa, segue. Vedremo dove sarà messa l’asticella leghista. Ma Giorgia Meloni? Ricordiamo le sue ripetute esternazioni a favore del presidenzialismo e dell’elezione diretta del capo dello Stato. Uno scambio autonomia-presidenzialismo si mostra allora possibile. Frammentare nel territorio, riunificare nell’istituzione.
Bisogna esser chiari. Si deve contestare in radice che il presidenzialismo sia oggi ideale in società non coese, e che il federalismo sia ottimale per l’eguaglianza dei diritti e il superamento dei divari territoriali. Ma qui conta non l’argomento astratto, quanto il possibile scenario di una destra vincente con i numeri sufficienti a stravolgere la Carta, magari persino precludendo il referendum ex art. 138.
Un’Italia federale e presidenzialista non avrebbe nemmeno una vaga somiglianza con il paese nato dalla Costituzione del 1948. Da ultimo, in Emilia-Romagna la maggioranza di Bonaccini con una risoluzione consiliare punta a un “aggiornamento” dell’autonomia già richiesta a braccetto con la Lega. Un segnale interessante, ma ancora minimale e non privo di ambiguità. Un grande e stravolgente disegno della destra richiederebbe ben altro contrasto.
La posta in gioco è questa. Cosa fanno il Pd, la sinistra sopravvissuta, il centro sempre voglioso di emulare la Dc, i partiti sempre sul punto di nascere? Continuiamo con la colluttazione spicciola, o siamo pronti a battere un colpo?

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