CULTURA

Abya Yala, terra originaria ed espropriata

SCAFFALE
PAOLO VITTORIAamerica latina

Mettere in discussione la preposizione «tra» vuol dire generare punti interrogativi su come si formano le relazioni, particolarmente in contesti, come l’America Latina, dove equilibri e squilibri dal punto di vista del potere non lasciano il «tra» al di fuori di forti e profonde inquietudini e aneliti di libertà.
Abya Yala è il nome dato a una terra da chi legittimamente le appartiene: una terra «tra» due fuochi: quello incendiario degli invasori e il focolare dei popoli a cui la terra è stata sottratta, espropriata, delegittimando tradizioni millenarie e lo stesso senso di vivere in comunità. Una delle strategie per colonizzare è cambiare il nome che si danno alle cose, alle terre. Ricordare i nomi originari è una questione di resistenza; ecco perché Abya Yala dà il nome al libro curato da Mariateresa Muraca (L’altra intercultura. Visioni e pratiche politico-pedagogiche da Abya Yala al mondo, Multimedia, pp. 170, euro 20) e ci richiama al diritto a un’esistenza degna, a quel buen vivir - semplice e complessa armonia con e tra esseri umani e natura - davvero faticosa in un mondo infestato da pesticidi, agrotossici, agrobusiness, speculazioni, interessi del capitale sempre più aggressivi e in pieno conflitto con le cosmovisioni dei popoli dominati.
LE AGGRESSIONI e gli abusi nelle terre come quelle Yanomami in Brasile sono sempre più scioccanti. Invasioni, assassini, violenze sessuali, crimini commessi da latifondisti, miliziani, garimpeiros - cercatori d’oro, multinazionali restano spesso impuniti. La tragica notizia della morte dell’attivista e ricercatore della causa indigena Bruno Pereira e del giornalista britannico Dom Phillips, «misteriosamente scomparsi» in Amazzonia, conferma che è in atto una brutale violenza sistematica. Bolsonaro difende la cessione dei territori indigeni ad attività minerarie, alle monocolture estensive, sostenendo che «gli indios sono poveri in un territorio ricco» e rendendosi così politicamente complice dei crimini.
GLI SCRITTI di Vera Maria Ferrão Candau, Catheris Walsh, Ochy Curiel Pichardi, Reinaldo Fleuri, Juan Lopez Intzin, Julieta Paredes, organizzati e tradotti da Mariateresa Muraca, ci mettono di fronte alla necessità di scalfire il muro dell’indifferenza facendo emergere questioni critiche sulle rappresentazioni di popoli indigeni e afrodiscendenti dei processi interculturali, sul ruolo di parole e immagini nei processi di dominio.
Torniamo ad Abya Yala, al potere dei nomi che diamo alle cose, a visioni armoniche di sistema di esseri viventi, animali, vegetali, minerali continuamente minacciate dal (dis)ordine del capitale, ma che sopravvivono mediante traduzioni di significazioni, segni e sensi di cui questo libro si fa portatore.
QUEL «TRA» DIVIENE così una scomoda situazione-limite che ci invita a prendere posizione nei confronti di un sistema epistemico e politico ancora presente nella cultura ufficiale che vuol fare dell’intercultura un discorso astratto, affidato a vuoti artifici retorici, piuttosto che pratica politica di resistenza dei popoli oppressi.

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