VISIONI

La Biennale toglie il velo al perbenismo

Come Ulisse alla riconquista dell’Amazzonia in «The Lingering Now» e il gender di «Broke House»
GIANFRANCO CAPITTAITALIA/VENEZIA

Si conclude domani la Biennale teatro 2022, la seconda diretta da Ricci e Forte, ristretta nei tempi come anche quelle di danza e musica, ma segnata da spettacoli che possono risuonare «provocatori» rispetto alle programmazioni correnti nei teatri italiani. Almeno in apparenza. Sono comparsi in questi giorni alcuni nomi nuovi per le nostre scene, e altri già noti, impegnati attorno a focus narrativi o tematici ancora non troppo consueti da noi. Milo Rau ad esempio (presente con uno spettacolo e con una intera rassegna del suo teatro filmato), che fa certo del teatro «politico», notissimo e molto apprezzato in tutta Europa, ma che sembra procedere sempre sullo stesso binario espressivo, ogni volta dedicandolo ad un tema «cruciale» del nostro tempo, a cominciare dall’omofobia, che si è poi data il cambio con il razzismo e le guerre interetniche, ma dove ormai lo schema minaccia ogni volta di mangiarsi l’argomento (come capita del resto anche al suo collega portoghese Tiago Rodriguez, nuovo direttore del Festival di Avignone, ma la cui ripetitività finisce col banalizzare le cause anche più sacre).
DIVERSO invece il discorso per Christiane Jatahy, l’artista brasiliana cui è stato assegnato quest’anno il Leone d’oro alla carriera. I suoi spettacoli finora visti in Italia avevano affascinato tutti per l’uso intrecciato, e in diretta, di cinema e recitazione dal vivo. Le sue Tre sorelle ad esempio, permettevano una profondità d’indagine rara a teatro, quando la macchina da presa, sul palcoscenico, ci dava in primo piano la ravvicinata forza drammatica del dolore e della disillusione di quelle creature e di quel cambio sociale che in Cechov si consuma. Stavolta invece uno schermo chiude l’intero palcoscenico, e costituisce il luogo di sola proiezione di immagini. Il teatro, messo fuori del suo spazio istituzionale, resta sparso e polverizzato negli attori seduti qua e là in platea, che a tratti si alzano, cantano e suonano i loro strumenti. Con un curioso effetto retrò che riporta a certe esperienze anni 60, tra Pirandello e l’agit prop.
Peccato, perché il tema centrale dello spettacolo (dal titolo plurimo e complicato: The Lingering Now/O Agorà que demora/Our Odyssey II) affronta proprio la mancanza di democrazia in Brasile, l’emarginazione e lo sfruttamento senza riguardi cui vengono sottoposte intere popolazioni povere, in particolare della fascia amazzonica. Il fatto che siano estromessi da ogni potere e dignità, li rende simili secondo Jatahy all’Ulisse omerico, per tutti gli sforzi sovrumani che questi deve affrontare per tornare padrone della sua terra. Il parallelo si rivela azzardato (e forzatamente impreciso), ma certo in grado di suscitare sacrosante riflessioni su ingiustizia e squilibri dell’ordine mondiale, di cui il Brasile di Bolsonaro offre uno degli esempi peggiori.
ALTRE SUGGESTIONI di «politica della modernità» hanno offerto altri due spettacoli presentati a Venezia, entrambi di origine nordamericana. Il primo viene da una compagine che già si era vista in Italia una ventina d’anni fa (ai festival Vie e Le vie dei festival): è la Broke House messa in scena dai newyorkesi Caden Manson e Jemma Nelson con il loro Big Art Group. Se già allora si erano fatti notare per l’uso avanzato di tecnologie, ora sono queste stesse a farsi protagoniste, quasi scippando agli attori la loro centralità. Questi rappresentano ognuno un possibile caso limite, per abbigliamento, colori, «pretese» del personaggio, disinvolta gestione del proprio ruolo e del proprio lavoro, e soprattutto della funzione sessuale, multipla e melodrammatica fino alla maschera, se non al cinismo. La grande bagarre di attrazione e tradimento, illusione e riconoscimento, e quindi avvio alla decadenza, viene dall’occhio impietoso (quanto amante dei colori) delle telecamere indagato e moltiplicato, in una sorta di arc de triomphe telematico che spinge la vertigine verso il romanzo d’appendice, e il dolore verso l’amaro e obbligato happy end. ANCORA più in là si spinge Yana Ross (nata a Mosca, cresciuta in Lettonia, ora gravitante tra Zurigo e Berlino): le sue Brevi interviste a uomini schifosi tratte da David Foster Wallace (viste in una bella edizione italiana pochi mesi fa) accendono una esplosione di sesso in scena abbastanza clamorosa. Usando il ridicolo come paravento, gli scatenati attori del teatro di Zurigo (ma due di loro pare siano vere pornostar) offrono un catalogo che neanche Madamina mozartiana potrebbe immaginarsi. Agli esempi si intrecciano consigli e riflessioni, anche estreme. Ma quella catena di perversioni e esagerazioni in quel motel del desiderio, ne mostra sempre l’aspetto più pacioccone, e spesso pasticcione.
Altro spettacolo di «prima serata» Loco, tratto dal Diario di un pazzo di Gogol, ovvero una sagoma di persona (volto molto somigliante a quello attuale di Massimo Ranieri) animata da due attrici che si celano, ma non troppo, dietro quel simulacro di maniacale sognatore. Autrici e registe, per il teatro nazionale Vallone di Bruxelles, due donne, originarie l’una da Mosca e l’altra dal Cile, Natasha Belova e Tita Iacobelli, quest’ultima anche interprete (a muovere e far parlare il fantoccio) assieme a Marta Pereira. Tutte le interpretazioni del delirio di onnipotenza del pupazzo, sono lecite. Così come i dubbi sul giovane performer uscito dalla Biennale College, che in un campiello verso il canale della Giudecca, chiedeva alle spettatrici cosa ricordasse loro il profumo emanato da un fazzoletto che lui porgeva...
Per chi ama Alda Merini, resta la sicurezza, a fine serata, dei suoi versi evocati dalle giovani attrici guidate da Galatea Ranzi. Domani sera con una partner d’eccezione, Sonia Bergamasco.

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