VISIONI

«Dark Winds», storie indigene raccontate in prima persona

Arriva negli Usa la serie prodotta da Robert Redford, tratta dai romanzi di Hillerman e realizzata da nativi
LUCA CELADAUSA

Sull’altipiano spazzato dal vento, dove le ombre si allungano sui monoliti dell’iconica Monument Valley, il tenente Joe Leaphorn della Navajo Police cerca di venire a capo di un doppio omicidio. Leaphorn è metodico, di una silenziosa determinazione e con gli occhi tristi che tradiscono l’amara malinconia di chi sa bene che il gioco della vita è truccato a favore di potenti e prepotenti - tanto più qui, sulla grande riserva dei Diné (il nome ancestrale dei Navajo) - dove il commissario porta, come tutti, sulle spalle il dolore della sua gente. Accanto a lui c’è il sergente Jim Chee, che sulla riserva è tornato dopo aver studiato criminologia in città, ma la cui rabbia per le storiche ingiustizie non è ancora stata smorzata dalla rassegnazione.
I DUE AGENTI con giurisdizione sul territorio della più grande riserva d’America sono i protagonisti dei romanzi polizieschi di Tony Hillerman, oltre una dozzina, pubblicati a cavallo degli anni ’70, ’80 e ’90 (in Italia perlopiù dai Gialli Mondadori) e ora al centro della nuova serie Dark Winds, che adatta agli schermi la formula noir trasposta sulle terre indiane del Southwest. Sono terre di strepitosa bellezza e atavica crudeltà, sulle quali si staglia ancora oggi il paradosso fra la venerazione mistica della madre terra e le prigioni a cielo aperto in cui la conquista bianca ha richiuso i popoli originari del continente. Le trame di Hillerman, fra «l’hard boiled», il mistico e l’antropologico, hanno un debito riconosciuto con Raymond Chandler e Graham Greene, oltre che con l’australiano Arthur Upfield, che già negli anni ‘30 aveva firmato crime fiction ambientate in terra aborigena. E diversi sono stati gli adattamenti: almeno tre telefilm per la rete pubblica Pbs, con Wes Studi (Balla coi Lupi), e un lungometraggio prodotto da Robert Redford con Lou Diamond Phillips ed il compianto Fred Ward. La regia in quell’occasione era stata affidata nientemeno che a Errol Morris (Fog of War, Sottile Linea Blu). Per «divergenze artistiche» il noto documentarista finì la sua unica esperienza narrativa licenziato da Redford che sconfessò anche il film.
Trent’ anni dopo, Redford torna ora alla carica e firma da produttore esecutivo - assieme a JRR Martin (creatore di Game of Thrones) - questa serializzazione, con un cast - ed una writer’s room - composti interamente di sceneggiatori indigeni. Al centro della storia, come in ogni buon noir, un delitto ed una pista di indagini che portano gli inquirenti verso un trama sempre più fitta di segreti, compresi retroscena soprannaturali legati allo sciamanesimo indiano. Le trame di Hillerman non erano esplicitamente «politiche» al di la dell’atto all’epoca già «sovversivo» di creare personaggi nativi a tutto tondo. In questo adattamento «liberamente ispirato» è maggiore invece il risalto dato alla dimensione etnicamente identitaria dei personaggi.
LA SPETTACOLARE rapina da cui prende le mosse una delle trame principali avviene mediante un elicottero che atterra davanti al vecchio cinema di Flagstaff che sta mostrando Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn, uno dei due western pro-indiani uscito nel 1970 (l’altro era Soldato Blu di Ralph Nelson), mentre nelle povere baracche dove vivono Navajo e Hopi spesso si vedono Tv accese su cartoon Disney in cui gli indiani sono caricaturizzati, o spezzoni di Ombre Rosse, con la consueta strage di anonimi pellerossa da parte degli eroi bianchi. Dark Winds è ambientato nel 1971, nell’America di Nixon e del Vietnam e quindi anche del movimento di liberazione Indiana (AIM) che in quegli anni aveva inscenato l’occupazione dell’isola di Alcatraz, nella baia di San Francisco e che in parallelo con le Pantere Nere intraprendeva una lotta di emancipazione anche armata, duramente repressa dalle autorità federali. Anche nelle indagini della Navajo Police, Fbi e Dea figurano come forze antagoniste del mondo bianco, agenti di repressione e violenza (come le cliniche della riserva dove le donne vengono sterilizzate a loro insaputa). E nella serie non manca un ruolo per la «Buffalo society» una fantomatica formazione di militanti armati per le liberazione pellerossa.
FIGLIO DI AGRICOLTORI dell’Oklahoma Hillerman era cresciuto nella contea di Pottawatomie battezzata per l’omonima tribù originaria dei grandi laghi ma deportata in quello stato-lager come tante altre durante le grandi deportazioni indiane di meta ottocento. Lì assorbì una ammirazione per la cultura nativa che ispirò la sua vita ed un’opera che gli fruttò non solo numerosi riconoscimenti letterari ma anche quello della tribù Navajo che lo nominò «Amico speciale dei Diné». Come per la recente ottima (e molto premiata) Reservation Dogs, sempre su Disney+, quelle di Dark Winds sono «storie indiane raccontate da indiani» dopo un secolo di esautorazione e strumentalizzazione, una riappropriazione creativa promossa molto anche dal Sundance Institute proprio di Robert Redford. E la serie arriva dopo le macabre rivelazioni sui cimiteri segreti nelle scuole cattoliche per bambini indiani in Canada, e la commissione istituita da Deb Haaland, ministra indigena del governo Biden, per indagare su analoghi crimini commessi nei «collegi indigeni» che anche negli Stati uniti furono strumenti di assimilazione forzata, col compito di «estirpare» l’identità indiana da bambini sottratti alle tribù. Girato in New Mexico ed in località Navajo come Kayenta, Mexican Hat e Monument Valley, Dark Winds è una produzione su cui la Amc conta per ancorare un palinsesto da cui vengono a mancare da quest’anno molti dei cavalli di battaglia dell’emittente, giunti ormai al capolinea, fra cui Walking Dead, Killing Eve e Better Call Saul.

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