CULTURA

Retoriche costituenti intorno all’idea di partito e di rivoluzione

PAOLO BORIONIITALIA

Tre volumetti dell’editore Biblion su tre congressi, siglanti il centenario di storiche scissioni comuniste, si incentrano su tre celebri discorsi che respinsero i criteri della terza internazionale stabiliti da Lenin. Si tratta di L. Blum, Il discorso di Tours; J. O. Martov, Il discorso di Halle; F. Turati, Il discorso di Livorno, curati da eccellenti studiosi, e corredati di molto altro materiale, che restituisce vita a eventi storici essenziali.
LA PUBBLICAZIONE dedicata a Martov è la più snella, benché ottimamente contestualizzata, con rimandi ad altri lavori (Biblion infatti pubblica anche una «Biblioteca menscevica», che ripropone fertilmente questa cultura del socialismo). Di certo si ha modo di correggere il pregiudizio per cui i menscevichi furono dei moderati sconfitti dai leninisti vittoriosi. In quello che fu il congresso tenuto in Germania dal partito scissionista della Socialdemocrazia (la Uspd, che aveva lasciato la Spd rompendo sulla prosecuzione della guerra) Martov attacca Lenin da sinistra: sulle intese (benché tattiche) coi partiti «borghesi» durante la guerra civile. Egli invita la Uspd a rifiutare sia la confluenza nella Terza Internazionale, sia il ritorno nella Spd, o nella Seconda Internazionale.
Quello tedesco è il congresso più internazionalmente importante: svolto in un paese decisivo ideologicamente per il socialismo, è anche cronologicamente il primo (ottobre 1920). Vi parlano calibri come Zinoviev, Longuet e Lozovski, e Martov vi accusa il bolscevismo di essere «putschismo elementare», repressore del dissenso in nome dello Stato bolscevico più che del socialismo. Ciò per lui distrae il movimento operaio da una vera «rivoluzione sociale», e anzi ne induce in larga parte il ritorno al «riformismo» che Martov parimenti combatte, indicando l’Internazionale di Vienna (la «2 e mezzo») come approdo.
C’È POI IL CONGRESSO francese a Tours (27 dicembre 1920), col discorso di Blum, che poi guiderà il fronte popolare coi comunisti. Il 1920 però è epoca di resistenza a Mosca, in nome soprattutto di due principi: un partito di massa non può praticare l’uniformità ideologica né l’indiscutibilità dei vertici, per Blum estranea costitutivamente al socialismo francese. Solo così il partito può veicolare una «rivoluzione sociale» davvero fondata nel marxismo. Come spiega la curatrice, Maria Grazia Meriggi che firma anche l’introduzione al volume: «il capitalismo produce una cooperazione che spezza» i particolarismi «contraddittoriamente» preparando «i lavoratori a dirigere sé stessi e la società», evento di cui il partito è il grembo senza tuttavia produrlo, casomai «ne trasferisce le istanze nelle istituzioni». In questo senso sia Blum sia Turati si esercitano sui concetti di «dittatura del proletariato», «legalità», «clandestinità», «violenza». Per loro al momento di realizzare la maturazione di una società nuova sono lecite pratiche «di rottura» costituzionale, cioè «illegalità» rispetto all’ordine precedente, e di difesa del nuovo. Ma una vera «rivoluzione sociale» non ammette dittature del proletariato eternalizzate, né la clandestinità che poi «fa» il colpo rivoluzionario, né il partito luogo unico della coscienza di classe, con subordinazione del sindacato. In proposito Treves e Turati, e Hilferding, parlano di differenza fra «Oriente» dittatorio e «Occidente» congenitamente libero, raccogliendo peraltro il dissenso di Martov, che teme così possa giustificarsi l’abbandono ai bolscevichi del socialismo slavo. Ciò consente di menzionare le insufficienze del socialismo occidentale nei decenni 1920-30. Infatti esso, respinto Lenin, rimase tuttavia nella quasi totalità impreparato a comprendere e battere il capitalismo nella sua più radicale manifestazione di crisi (1929 e oltre). Perciò sarebbe uscito screditato (il Labour di McDonald) o annientato dal fascismo (la Spd di Hilferding). Quella del «passaggio al socialismo» per via di «rivoluzione sociale» si mostrò appunto pura dottrina. Soluzioni diverse praticarono la Scandinavia e il New Deal, fondando (grazie al keynesismo, ma ben oltre esso) decenni di egemonia del salario, dell’occupazione, del welfare, e di un’inedita parità capitale-lavoro, prossima negli anni 1970 alla socializzazione democratica di Meidner e altri.
SOLUZIONI per questi futuri sviluppi vennero da un erede di Martov, Vojtinskij, che nel 1931 convinse i sindacati a proporre alla Spd politiche espansive anti-disoccupazione, respinte da Hilferding dottrinariamente: errore tragico di conservatorismo economico tipico di quella generazione riformista. È quanto Vojtinskij descrive in Le vie per combattere la crisi mondiale (ancora per Biblion) chiarendoci che respingere Lenin fu condizione insufficiente per una critica vittoriosa del capitalismo, il quale finí per precipitare l’Occidente nelle tirannie più sanguinose della storia.

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