VISIONI

The Offer, il film che cambiò la grande storia di Hollywood

Il turbolento making-of del «Padrino», le liti fra Coppola e Evans
LUCA CELADAUSA

Hollywood che racconta Hollywood è un filone fecondo che ci ha dato Viale del tramonto di Billy Wilder e I protagonisti di Altman, per citare solo due dei più sagaci e caustici autoritratti della «ndustry», quel conglomerato di ostentazione, nevrosi ed ossessioni in perenne orbita attorno alla fabbrica del cinema, da cui periodicamente, contro ogni pronostico, emergono anche delle opere d’arte.
The Offer, la nuova serie della piattaforma Paramount+ è cronaca storica della nascita di un capolavoro improbabile: Il Padrino, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario. Il docudrama in dieci puntate è opera di Michael Tolkin, sceneggiatore di lungo corso con all’attivo numerosi copioni prodotti (fra cui proprio I Protagonisti), è basata in parte sul libro di Ernest Lupinacci The Godfather Gang: In Hollywood everything is personal. Ma i retroscena del film di Francis Ford Coppola erano già stati raccontati da Mark Seal, inizialmente su Vanity Fair e in The kid stays in the picture, l’autobiografia di Robert Evans, produttore dei film e presidente della Paramount Pictures nei ruggenti anni 60 e 70.
LA ROCAMBOLESCA produzione del Padrino fa dunque parte ormai della mitologia hollywoodiana, come noti sono anche i protagonisti interpretati qui da un cast corale. Innanzitutto lo stesso Evans (Matthew Goode), esuberante manager/playboy di uno studio, la Paramount, in grave crisi finanziaria. Già produttore di Rosemary’s Baby e Love Story (e in seguito di Chinatown) Evans si aggiudica un’opzione sul libro di Mario Puzo sulla famiglia Corleone per soli 80 mila dollari.
Affiderà la produzione di quello che inizialmente doveva essere un gangster movie a basso budget ad Albert Ruddy (Miles Teller), esordiente produttore alla sua prima esperienza. Con l’ingaggio di Coppola (riportato a Hollywood da San Francisco dove assieme a George Lucas aveva fondato la Zoetrope) comincia l’improbabile parabola del film. La sceneggiatura verrà affidata allo stesso Puzo (infrangendo la regola cardinale: mai fare adattare un libro dallo stesso autore). Il progetto è subito visto con sospetto dai manager della Gulf and Western il conglomerato multinazionale guidato dal magnate austriaco Frankie Bludhorn, che tentano a più riprese di cassare il film.
A complicare la faccenda c’è l’aperta ostilità degli italoamericani che considerano la storia di mafia un oltraggio diffamatorio alla comunità. La campagna viene in alimentata in realtà dalla stessa Cosa nostra, in particolar modo dal boss Joe Colombo (Giovanni Ribisi) che per contrastare il Padrino crea la Italian american civil rights league. Altro nemico giurato del film è Frank Sinatra che si riconosce nel personaggio di Johnny Fontane il cantante che nella trama del film, i mafiosi vogliono imporre ad un produttore di Hollywood (c’è la scena in cui Sinatra viene alle mani con Puzo in un celebre ristorante hollywoodiano). A volte si stenta credere che i fatti pur romanzati siano basati su eventi documentati.
IN QUESTA TRAMA da film dietro al film i mondi mitologizzati di Hollywood e Cosa nostra, si intrecciano in un parallelo capitalista che lo stesso Coppola considerava l’anima del suo film. Ruddy ed Evans ricevono minacce dalle famiglie mafiose che sparano colpi di pistola contro l’auto del primo e lasciano un topo morto nel letto del secondo. Ruddy finirà per incontrare Colombo promettendogli di tagliare dal copione ogni menzione della parola «mafia». Incredibilmente, mentre a New York iniziano le riprese, fra le cosche si scatena una vera guerra (fra le vittime ci sarà anche Colombo) i cui delitti si sovrappongono a quelli inscenati da Coppola nei set di Little Italy.
IN QUESTA GIRANDOLA molto «meta», ruota una galleria di attori interpretati da altri attori. C’è Pacino pescato nei minuscoli teatri off Broadway e osteggiato da Evans, Brando osteggiato da tutti per la sua reputazione di «attore difficile», Coppola fisionomicamente interpretato da Dan Fogler, Evans e il suo braccio destro Peter Bart (poi leggendario direttore di Variety). Da questo mondo di ipertrofiche personalità e piccole meschinità, produttori presuntuosi, agenti melliflui e attori narcisi scaturirà, dopo infinite diatribe sul final cut, il capolavoro che salverà la Paramount dalla bancarotta e Hollywood da un decennio di sterile riflusso.
La storia del Padrino è anche quella di un mutamento epocale a Hollywood, l’emergere degli Easy Rider e Raging Bulls, (per citare Biskind), della scintilla che innescò il passaggio generazionale che avrebbe fondamentalmente alterato il corso del cinema, non solo americano. Assieme a Coppola, registi, come Friedkin, Spielberg, Lucas, Bogdanovich, Polanski, Schrader, De Palma e Rafelson avrebbero dato una spallata allo studio system e rivoluzionato lo storytelling, traghettando Hollywood nell’era moderna con la sua stagione più artisticamente vitale, i celebrati seventies. È uno spessore che purtroppo elude The Offer che si concentra invece su una serie di vignette aneddotiche che spesso virano verso lo stereotipo sia su Hollywood che sulla mafia – entrambi soggetti approfonditi in ben altra maniera, per dire, dai Sopranos. La serie tenta di navigare il confine fra introspezione storica e agiografia ritrovandosi spesso dalla parte sbagliata, forse anche perché si tratta di un prodotto della stessa Paramount, in vena di autocelebrazione.
RIMANE la storia, comunque affascinante, dietro ad una pietra miliare del cinema la cui memoria perdura in una città dove ricordi – e rancori – sono duri a morire. Dopo l’uscita del film 50 anni fa, il rapporto fra Coppola e Robert Evans si era concluso in maniera a dir poco brusca. «Non hai fatto altro che irritare e intralciare» aveva scritto il regista al produttore che dopo il successo rivendicava la paternità del film. Evans non avrebbe partecipato al Padrino 2. Per onorare il 50mo anniversario, quest’anno l’Academy ha invitato sul palco degli Oscar Coppola assieme a Pacino e De Niro. Nel suo breve discorso il regista ha ringraziato – per la prima volta – anche Evans. La fine di un rancore durato mezzo secolo.

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