CULTURA

Un labirinto che insegue il punto di non ritorno

«SOLA ANDATA» DI CLAUDIA BRUNO
ALESSANDRA PIGLIARUITALIA

Quando la periferia si impasta di corpo ed esperienza, significa che si è acquisito un metodo preciso di stare nel mondo. E se i margini sono spesso luoghi abusati, è pur vero che raccontare come le nostre vite siano dismesse e intermittenti lo può fare solo chi ha attraversato tempo e spazio da una angolatura differente, da un punto che non porta mai al centro bensì resta traiettoria di un fuori. Oltre a essere un tema nodale, la periferia è un metodo nella scrittura di Claudia Bruno, al suo secondo romanzo con Sola andata (NN, pp. 240, euro 17), confermando - dopo l’esordio di Fuori non c’è nessuno (Effequ, 2016) - come si possa fare pratica politica e di trasformazione di sé attraverso la letteratura. Se nel suo primo libro la collocazione era a Piana Tirrenica, in Sola andata siamo sospinti da Roma a Londra in un andirivieni, materiale e relazionale, di una ragazza e un ragazzo. Che si amano. Che lasciano la loro casa-cantiere ai bordi di una capitale inabitabile. Che si trasferiscono in una città inglese altrettanto spaesante fatta di stanze senza finestre e costruzioni simili a transatlantici. Almeno per chi, come Ludovica e Cristian, non ha abbastanza mezzi per potersi permettere qualcosa di diverso.
ASCISSE E ORDINATE si sovvertono proiettandoci in un percorso di parentele letterarie, in cui Ludovica descrive il dissesto di spazio e tempo; se il primo diviene una geografia sentimentale riempita di etichette lette di notte al telefono da un capo all’altro della terra o didascalie precisissime di una Piccola enciclopedia della luce, il secondo è quello che davvero governa la ricerca di Claudia Bruno. È infatti nel tempo che si depositavano le riflessioni della Greta del primo romanzo come di Ludovica in questo ultimo. Ed è un tempo che parla di fine di tutte le cose, di fisica che si scompagina attraverso curve e diagrammi vergati in quaderni che Ludovica tiene con sé, chiosati da sentenze sulla condizione umana in cui niente combacia, compresa l’entropia. Non collimano i corpi che perdono anche ciò che non sapevano di avere, saltano le ore, non è uguale a se stesso l’amore pure essendo la più sontuosa e rovesciata forma di diffrazione che consente l’incontro. E in questo oscillare di Ludovica, cara come lo è chi allestisce propositi di sparizione pregando vi sia al contrario qualcosa, anche minima, capace di permanere, si possono riconoscere consonanze con Joana di Vicino al cuore selvaggio di Clarice Lispector nelle sue «percezioni troppo organiche per essere formulate in pensieri», e Grace di Le cose che restano di Jenny Offill accostandoci alla sua idea di universo.
LA PROTAGONISTA di Sola andata è dunque una creatura delicata, dolente e suscettibile ai mutamenti, si appresta a una nuova cosmogonia per poter sopportare domande di futuro cui è difficile rispondere. E se la luce si piega, calandosi in un’altra vibrazione sensoriale, c’è Ombra, gatta cieca e saggia, guida labirintica e affettiva che autorizza al sonno e alla cura. Si deve allora avere il coraggio di immaginare la fine non come una soppressione ma come una meditazione sul vuoto, in cui alla pienezza prestazionale si preferisce la scomposizione.
Se ciò che siamo e quel che abitiamo siano riparabili o no lo si potrà scoprire leggendo il romanzo, il cui titolo non indica un’unica direzione bensì un punto da cui non si torna indietro. È una crepa esile, a un orecchio attento fa un rumore fortissimo.

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