CULTURA

Teresa d’Avila, l’esistenza guerriera di una donna libera

Parla Cristina Morales che dedica un romanzo alla mistica spagnola
ALESSANDRA PIGLIARUitalia/torino

Scrittrice tra le più talentuose e sovversive della sua generazione, Cristina Morales (Granada, 1985) è in Italia in questi giorni per presentare il romanzo Ultime sere con Teresa d’Avila, (Guanda, pp. 208, euro 18, traduzione di Roberta Arrigoni e prologo di Juan Bonilla), che segue Lettura facile (edito sempre da Guanda un anno fa e di cui ha scritto per «Alias» della domenica Francesca Lazzarato, ndr). Anarchica e radicale, Morales fa parte della compagnia di danza contemporanea Iniciativa Sexual Femenina, ha prodotto At-Asko, un gruppo punk, rendendo palpabile la contaminazione di lingue e generi presente anche nelle sue prove letterarie.
Oggi, alle 12:45, sarà ospite al Salone del Libro di Torino in dialogo con Tiziana Lo Porto (Sala Internazionale, Pad. 2) per presentare la sua riscrittura della vita di Teresa d’Avila, riferimento già significativo se pensiamo al femminismo della differenza sessuale - in particolare italiano.
Come è nato questo suo libro?
L’origine è poco letteraria. Nel 2015 ho ricevuto la proposta editoriale di occuparmi di Teresa d’Avila all’interno delle commemorazioni riguardanti i 500 anni dalla sua nascita. Non ho dunque scelto io il tema del romanzo ma ciò non diminuisce l’importanza che il mio incontro con Teresa ha avuto. Mi è stata ispiratrice, a cominciare dal suo sistema filosofico, impenetrabile e metafisico nel cui centro c’è il desiderio, il piacere di cui lei si è resa sovrana.
Lavorando su di lei ha fatto una operazione politica, interrogando la sua vita. Che cosa è accaduto quando si è accostata alla sua storia?
La prima cosa che ci ha rese vicine è che quando Teresa scrive il suo Libro della Vita - nel romanzo la posiziono in questo suo tratto biografico, quando quasi cinquantenne si trasferisce nel palazzo di donna Luisa de la Cerda - è anche per lei un incarico che le arriva dal suo padre confessore. L’obiettivo era di tenere lontane le possibili accuse della Inquisizione, applica allora una forma di autocensura anche se il risultato è un testo in cui emerge il conflitto, la rabbia per ciò che non può dire. In generale, si trattava allora e nel suo caso del controllo sulle scritture delle donne.
E oggi?
Le condizioni sono mutate, certo non trovo l’Inquisizione ad aspettarmi sotto casa; le forme del controllo sono più sofisticate. Quando nel 2015 è uscito il libro, ero una donna con meno di trent’anni. Oggi ci sono scrittrici e femministe che hanno visibilità pubblica e case editrici che editano i loro libri. L’appoggio nei confronti dell’opera non è però così automatico ed è un punto da discutere.
Il primo editore che mi aveva commissionato il volume, immaginava un ritratto romantico, anacronistico, automoderato di Teresa D’Avila, un prodotto da cui espungere l’aspetto guerriero. Ecco perché ho incluso una introduzione in cui ho voluto spiegare la mia intenzione politica. Nell’edizione di Guanda non è presente ma il testo lo distribuiamo al Salone e durante le altre presentazioni italiane come una fanzine, sempre nella traduzione di Roberta Arrigoni.
La rabbia di cui ha accennato ha già subito una trasformazione erotica nel suo ritratto di Teresa d’Avila. Possiede un corpo indomabile, sente tutto e in questa restituzione la mistica splende politicamente accanto all’eros.
Non volevo commentare ciò che lei per prima aveva già raccontato e descritto perfettamente, per esempio non aveva senso che ripetessi dell’estasi come della trafittura dell’angelo. Ciò che mi interessava erano altri episodi, forse meno noti ma presenti nel suo Libro della Vita. Come quelli in cui ci si riferisce al sogno o all’essere insonne. Al piccolo mattone in cui posa la testa. Ciò che ho approfondito non è stato allora relativo al corpo scolpito da Bernini come massima espressione erotica e del piacere, ho invece creduto di poter far parlare il corpo di Teresa assimilandolo al mio e a quello di molte altre, un corpo che soffre, che prova dolore e che è abitato da umori, fluidi e deiezioni.
Anche in questo suo romanzo, come in «Lettura facile», c’è una grande ricerca sul linguaggio.
Ognuna sta di fronte al potere e ai sistemi di oppressione maneggiando in maniera diversa la lingua, scritta o del corpo. Esiste per ciascuna una lotta per la sovranità. A partire da me, lavoro anche ripensando alle parole di mia nonna, sento le conversazioni delle mie zie, di mia madre, di altre donne, come modulavano i loro discorsi. È un processo che ha molto a che vedere con l’oralità.

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