VISIONI

«Top Gun - Maverick», quel che resta degli anni ottanta

IL SEQUEL DIRETTO DA JOSEPH KOSINSKI, FUORI CONCORSO
MAZZINO MONTINARIfrancia/cannes

Quando nel 1992 apparve sugli schermi William Munny, il protagonista de Gli spietati, si comprese immediatamente che in quel film si stava per assistere a una vera e propria resa dei conti, non con lo sceriffo Little Bill Daggett, l’antagonista interpretato da Gene Hackman, ma con la storia del western e delle sanguinose origini degli Stati uniti. Clint Eastwood, all’epoca sessantaduenne, regista e interprete di quel capolavoro, raccontava di un peccato originale, di un passato dal quale si cercava disperatamente di prendere le distanze. Il vecchio pistolero aveva provato a redimersi, a lavorare in una fattoria, a crescere i suoi figli da solo dopo che la moglie, «una santa donna», lo aveva riportato sulla retta via. Ma poi il richiamo delle armi e della bottiglia... In modo diametralmente opposto, il redivivo Pete «Maverick» Mitchell, il protagonista di Top Gun (Tony Scott, 1986) e di Top Gun: Maverick (Joseph Kosinski, 2022), non ha alcuna intenzione di allontanarsi dal suo passato. Lui continua a essere un aviere. Ha rifiutato promozioni e possibili carriere politiche pur di continuare a pilotare, a superare limiti, a rischiare la vita, a combattere nemici visibili e invisibili. E ora nell’epoca dei droni e dei massacri a distanza, scopre di essere considerato un reperto archeologico pronto per occupare la teca di un museo.
AL CONTRARIO di Eastwood, gli autori di Top Gun: Maverick e, soprattutto, Tom Cruise non si sono minimamente posti l’obiettivo di ragionare su cosa sia accaduto in tutti questi anni, sugli indicibili orrori che le numerose guerre hanno prodotto in sole tre decadi. Nessuna redenzione, nessun ripensamento.
UN UOMO, il suo aereo, una strategia per colpire il nemico senza farsi uccidere, resistere all’incedere del tempo, combattere i burocrati che vogliono armi più «neutre», capaci comunque di far scorrere enormi quantitativi di sangue reale. Se William Munny/Eastwood non è quasi in grado di salire su un cavallo e rischia di morire per la febbre, delirando in preda a un autentico terrore, il sessantunenne Maverick/Cruise può ancora sottoporsi a sforzi inumani e combattere nemici interni (quelli che lo vorrebbero nel suddetto museo) ed esterni (gli avieri di un misterioso stato canaglia).
E continuando nel parallelo, è curioso come una vicenda privata, la morte di un amico, segni il ritorno definitivo di Munny nella versione del feroce pistolero, mentre rappresenti l’unico tarlo nella mente di Maverick, l’evento che potrebbe indurlo ad abbandonare l’impresa. I cattivi e i buoni sentimenti una volta di più a confronto, mentre il mondo continua a essere la grande scenografia per i deliri di onnipotenza di chi con i caccia o i droni cerca ostinatamente di sopraffare il prossimo.

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