VISIONI

The Italian Banker, la crisi finanziaria e il declino di un élite

Alessandro Rossetto parla del suo terzo film, proiezione romana stasera alle 21 all’Apollo Undici
MAZZINO MONTINARIITALIA/ROMA

Nel suo terzo film a soggetto, Alessandro Rossetto ha scelto di rielaborare uno dei tanti dolorosi momenti della storia italiana recente e, per questo, ancora in divenire. Con The Italian Banker, il regista ha diretto una specie di tragedia shakespeariana ambientata in una lussuosa villa dove si tiene una festa, per raccontare in una sola disperata notte le conseguenze del fallimento di un’immaginaria Banca Popolare del NordEst che, in qualche modo, è il riflesso di tanti istituti costretti alla Liquidazione Coatta. Come scritto prima dei titoli di coda, il fallimento di una decina di banche tra il 2015 e il 2020, ha portato cinquecentomila azionisti, per la maggior parte piccoli risparmiatori, a perdere il loro capitale.
The Italian Banker, che stasera alle 21 è proiettato a Roma all’Apollo Undici, però non è solo la storia di un disastro economico. E non è nemmeno la ricerca spasmodica di un colpevole da individuare per soddisfare la rabbia di chi si indigna e di chi frettolosamente cerca supporto da una morale che sappia immediatamente individuare il colpevole e condannarlo. Il film di Rossetto, ancora una volta coadiuvato nella scrittura da Romolo Bugaro, autore dell’opera teatrale Una banca popolare, è un sorprendente affresco sulla decadenza di un’intera collettività. Individui che girano a vuoto, che guardano al mondo con un senso di agghiacciante indifferenza. Che ballano, accusano, si difendono, offendono, aggrediscono, subiscono, forse in attesa di un angelo sterminatore di buñueliana memoria.
Per raccontare il fallimento di questa banca, che allude a vicende reali, ha scelto la via della finzione. Ha sempre immaginato questa forma di narrazione o ha anche pensato alla via documentaria che le è comunque familiare?
Sono partito dal testo di Romolo Bugaro che il Teatro Stabile del Veneto mi chiese di dirigere. Revisionando il testo per il palcoscenico e progettando la scenografia audiovisiva, ho pensato potesse diventare un film. Con Bugaro ho sceneggiato per una finzione propriamente detta, siamo rimasti all’unità spazio temporale e ai personaggi, non si è mai pensato alla via documentaria, ma lo spettacolo che diressi ha linee di racconto diverse. È stato interessante usare il film per scandagliare ulteriormente la storia, aggiungendo altro, atmosfere, snodi ed esiti che non erano nella spettacolo.
Questo è anche un film sull’infelicità. Sull’incapacità di pensarsi in relazione con gli altri. Una crisi mostrata attraverso la dissoluzione di una coppia, dunque una sfera più intima, che poi si estende all’intera collettività.
La combinazione è alla base della drammaturgia, i due emisferi sono attivamente legati, l’incapacità di pensarsi in relazione «si vede» e morde. Del fallimento della banca mi interessava l’aspetto collettivo, la comunità si sfracella sul denaro guidata da pifferai senza scrupoli. Le dinamiche amicali o sentimentali nel film sono dei carotaggi nell’infelicità, nel reticolo mezzo marcio che sostiene la spregiudicatezza del banchiere bancarottiere che, a sua volta, sostiene e favorisce il reticolo. E tutti se ne fottono di appartenere a una comunità, il denaro lo misurano e lo contano e non ne considerano l’aspetto simbolico.
Come in tutte le tragedie shakespeariane vi sono personaggi che sembrano estranei al contesto. Le figure del dottore e del suo amico avvocato sembrano rappresentare una sorta di Rosencrantz e Guildenstern o, pensando ai classici greci, a una specie di coro.
Il medico e l’avvocato sono un passo di lato al contesto/verminaio e lo conoscono bene, non sono agenti di corruzione come Rosencrantz e Guildenstern ma sanno cose, ironizzano sul disastro e lo considerano da media distanza come fossero un coro. Per me sono parte dell’amicalità opaca che è un ingrediente essenziale del film, seguono anche una sotto linea di racconto che non era nello spettacolo, avvenimenti paralleli alla storia principale.
Il film racconta non di un colpevole ma di una decadenza, di un’incapacità a farsi carico della crisi etica, prima ancora che economica. Cosa ti ha colpito di tutta questa vicenda?
Semplificando, la rovina morale è nella mancata presa di responsabilità, cosa che invece ci si aspetterebbe dagli adulti quando la comunità decade o è attaccata. Parlare di incapacità può essere fuorviante, nella realtà sono stati compiuti crimini elaborati, le banche non crollano per misterioso auto-dissolvimento. Per il film era attraente lavorare sul piano inclinato e sull’ambiguità dell’autodifesa a tutti i costi, sul tradire sentendosi traditi, sulla soglia della sopportazione quando il fango ti circonda.

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