INTERNAZIONALE

Ora Odessa teme un attacco dal cielo

Per il nuovo sindaco di Kherson la città, insieme a Mykolayiv, è in attesa della «liberazione» da parte dei russi
SABATO ANGIERIucraina/odessa

«Sembra che i russi abbiano fatto saltare il ponte per impedirci di schierare le nostre truppe in questa zona; cosa ne possiamo dedurre? Che potrebbero organizzare un’incursione di paracadutisti in quell’area». Si era espresso così Oleksiy Arestovych, consigliere di Zelensky, dopo il secondo attacco missilistico in 24 ore al ponte di Zatoka che collega il grosso del territorio ucraino alla regione più meridionale del Paese. Il riferimento più evidente è all’eventuale attacco a Odessa che fin dall’inizio della guerra, a più riprese, tutti hanno indicato come una priorità del Cremlino. Ma c’è una novità. Poco più a nord il territorio separatista della Transnistria è in grande agitazione e nell’ultima settimana un’ipotesi che sembrava fantascientifica si è lentamente fatta strada nell’opinione pubblica ucraina: e se i russi volessero davvero arrivare alla Moldavia? In tal caso un’operazione congiunta nell’area che storicamente è chiamata Bessarabia, in ucraino Budzak, sarebbe possibile e potrebbe avere anche una via privilegiata per diventare in brevissimo tempo un nuovo fronte. Forse l’affondamento del “Moskva” ha reso improbabile la realizzazione di questo piano, almeno per il momento, ed ecco perché alla paura di un’incursione dal mare si è passati a quella di un’incursione dal cielo.
PUÒ DARSI che per lo stesso motivo da qualche giorno la strada che da Odessa porta alla Romania è più sorvegliata, ai posti di blocco i controlli sono più approfonditi e ai lati della strada si scava senza sosta. In soli tre giorni l’estensione delle trincee e delle postazioni difensive è aumentata vistosamente. Nei pressi dei check-point ora si vedono militari con le pale e i picconi sprofondare nella terra bruna e scavare. Oppure posare a coppie i teli mimetici e i mucchi di rami e foglie per nascondere le postazioni di tiro. Altri sono intenti a tagliare pali di legno in pezzi da una ventina di centimetri che poi vengono portati sui mucchi di terra con le carriole e usati per fare da impalcatura alle aperture nelle quali i soldati infilano il fucile quando sono in allerta.
STAMANE a pochi chilometri dalla foce del fiume Dniestr, che separa la Bessarabia storica da Odessa, siamo stati fermati all’ennesimo posto di blocco per un controllo dei documenti. Il processo è durato molto più del solito e un gentile piantone di mezza età si è addirittura venuto a scusare per l’attesa dicendoci che si trattava solo di «normale procedura», iniziando e chiudendo ogni frase con «sir», più o meno l’unica parola inglese che conoscesse. Dopo un quarto d’ora lo stesso soldato è tornato e ci ha chiesto di spostare la macchina vicino alla baracca del posto di blocco, specificando con gesti eclatanti di parcheggiarla proprio lungo la parete di sacchi di sabbia. «Ok» ha detto da lontano, poi ci ha ripensato e si è avvicinato di nuovo, chiedendoci di indossare giubbotti antiproiettile ed elmetti e concludendo di nuovo con «thank you, sir». Spazientiti per la lunga attesa volevamo scendere a reclamare ma appena abbiamo aperto la portiera dell’auto il piantone gentile ci ha urlato di abbassarci e all’improvviso un sibilo acutissimo ha squarciato la tranquillità della campagna e subito una colonna di fumo bianco sporco si è alzata a poche centinaia di metri da noi. Neanche il tempo di alzare il volto che un gran boato ha fatto accucciare tutti, compresi i militari. È come se il suono fosse esploso in un punto sopra le nostre teste e poi avesse creato una cupola tutt’intorno. Ma è durato un istante, i militari si sono subito rialzati e un giovane soldato, con un cappello da pescatore mimetico e una bandana nera con stampato un sorriso di teschio bianco, di quelle da motociclisti, ci ha guardato ridendo forte e ha urlato «rock’n’roll Ukraine!». La contraerea ucraina ha colpito un missile forse diretto allo stesso ponte di Zatoka, forse indirizzato a qualche località nell’entroterra, non possiamo saperlo dato che dal Mar Nero partono ordigni diretti a tutte le città dell’Ucraina. I militari hanno iniziato a scherzare tra di loro e a rivolgerci qualche commento divertito riassumibile in qualcosa di simile a «ve la siete fatta sotto, eh?».
Al ponte comunque non ci hanno fatto passare e siamo tornati verso la Transnistria. Qui, alla dogana tra Kuchurgan e Pervomaisk sono state posizionate fortificazioni di cemento e sacchi di sabbia. Due giorni fa non c’erano quindi è evidente che si tratta di una risposta agli ultimi fatti a Tiraspol e Cobasna. Anche l’indiscrezione secondo la quale la presidente moldava, Maia Sandu, avrebbe deciso di allinearsi alle sanzioni contro la Russia e di fornire all’Ucraina aiuti umanitari e sminatori esperti deriverebbe dagli stessi accadimenti.
DEL RESTO, CONTINUA la guerra mediatica e stamane il nuovo sindaco di Kherson, Alexander Kobets, ha dichiarato che «Odessa e Mykolayiv sono città russe che attendono la ‘liberazione’». Chissà se i tre missili russi lanciati verso Odessa (tutti neutralizzati dalla contraerea) sono stati interpretati dagli odessiti come un tentativo di liberazione.
E chissà cosa penseranno i cittadini di Kiev, ripiombati d’improvviso nell’incubo dei bombardamenti. Non è ancora chiaro se uno o più dei tre missili russi lanciati verso la città poco dopo l’incontro fra Zelensky e Guterres abbiano colpito direttamente o se si tratti di frammenti precipitati al suolo dopo essere stati intercettati dalla contraerea, fatto sta che al momento lo stabilimento produttivo della difesa ucraina Artyom è in fiamme.
INTANTO A MARIUPOL, nonostante i proclami, continuerebbero i bombardamenti e i militari asserragliati nell’impianto Azovstal hanno diffuso la notizia che l’ospedale da campo allestito nell’ultima roccaforte ucraina in città sarebbe stato distrutto. Al momento non ci sono ancora notizie chiare sull’eventuale allontanamento temporaneo delle truppe russe necessario per poter permettere ai civili di evacuare verso ovest.

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