INTERNAZIONALE

Nel sud cuore della guerra, tra missili e «referendum»

REPORTAGE DA ODESSA
SABATO ANGIERIucraina/odessa

Alla vigilia della Pasqua ortodossa, Odessa sanguina di nuovo. Nel pomeriggio di una giornata uggiosa, il cielo è stato squarciato da un nuovo attacco missilistico diretto, secondo fonti ucraine, a «una struttura militare e due edifici residenziali». La prima non è ancora chiaro che tipo di struttura fosse (e chi o cosa ospitasse), gli altri sono due grattacieli residenziali nella zona ovest.
LE SQUADRE dei soccorritori sono ancora al lavoro e al momento il bilancio ufficiale è di sei vittime, tra cui un bambino di tre mesi, e 18 feriti, fa sapere Andriy Yermak, capogabinetto del presidente Zelensky. Ma sembra che le cifre siano destinate ad aumentare: alcuni appartamenti tra quelli colpiti non erano ancora stati raggiunti dai pompieri. L’attacco sarebbe stato condotto, sempre secondo fonti locali, con missili da crociera Kh-101 lanciati da un velivolo russo.
MA, COME SEMPRE in questi casi, esiste la possibilità che la contraerea ucraina sia riuscita a intercettare uno o più missili e che solo un frammento sia precipitato al suolo dopo l’esplosione in aria. Se la parte che colpisce il suolo è quella dov’è contenuta la testata, i danni sono ugualmente ingenti. Si spera che non vengano estratti ulteriori corpi.
Anche perché l’estensione dell’Ucraina e il tipo di strategia scelta dai russi spesso determinano la concomitanza di attacchi di artiglieria o missilistici e ieri si sono già registrate diversi morti. Sul fronte sud, russi e ucraini rivolgono tutta l’attenzione su Kherson. I primi vogliono renderla la prima conquista territoriale stabile della guerra, o meglio il primo tra i nuovi «territori liberati», per usare le parole di Mosca.
IL 27 APRILE SI TERRÀ un referendum indetto dall’amministrazione occupante per decidere sull’indipendenza della regione dall’Ucraina e da settimane si parla di autobus di votanti fittizi fatti arrivare dalla Crimea per partecipare alle consultazioni. Al momento non ci è dato sapere cosa succeda in città ma un referendum indetto durante una guerra, dalle truppe dello Stato invasore e senza il minimo controllo da parte di terzi non rientra nel novero della libera manifestazione del diritto di voto. Dal canto suo, il presidente ucraino ha già fatto sapere che «se la Russia insiste a voler dichiarare la ‘Repubblica popolare di Kherson’ (riprendendo il nome usato per Lugansk e Donetsk) interromperemo la nostra partecipazione ai negoziati».
Quest’area è diventata fondamentale dal punto di vista politico ma è anche il teatro degli scontri più accesi nel sud del Paese. Venerdì sera, secondo la direzione dell’intelligence del ministero della difesa ucraino, l’esercito di Kiev sarebbe riuscito a colpire un posto di comando russo proprio vicino a Kherson e nell’attacco sarebbero rimasti uccisi due generali e un terzo sarebbe stato gravemente ferito. La notizia non ha avuto conferme da parte russa ma è plausibile che quanto accaduto ieri a Odessa possa essere una risposta proprio a quell’attacco.
Oppure i missili di Odessa erano già programmati da tempo e la risposta è stata il bombardamento intenso a cui è stata sottoposta tutto il giorno Mykolayiv. Fin dalla mattina in città sono rimbombati i tuoni di mortai e cannoni, dei carrarmati e delle batterie attestate lungo la linea di tiro russo a circa 50 km dal confine urbano.
GRAZIE A NIC e ad alcuni suoi commilitonici addentriamo per diversi chilometri verso la linea di contatto dei due eserciti e a verificare la situazione di persona. Nic ci teneva a mostrare a un giornalista cosa volesse dire la sofferenza della «sua» gente e non ha chiesto nulla in cambio. Nelle sue ore di riposo si è messo al volante della nostra macchina e ci ha portato verso sud-est. Superato l’ultimo checkpoint si è fatto tre volte il segno della croce e dopo poco un mugugno: stava pregando. Oltre a imprecare a intervalli regolari contro la macchina che avevamo affittato perché non correva abbastanza mentre sulla M14 «bisogna andare spediti e tornare indietro in fretta», ha spiegato che da due mesi non dorme mai regolarmente, che non ricorda l’ultima volta che si è tolto gli anfibi e che ora è solo perché la sua famiglia si è rifugiata in Germania. Ha le mani piene di tagli e il binocolo, che cade dal cruscotto nel tentativo di evitare una buca creata da un Grad è pieno di macchie di sangue. Si muove con difficoltà a causa dell’equipaggiamento e sul bracciolo laterale ogni tanto urta contro la canna del kalashnikov che ha due caricatori legati con lo scotch, uno con il nastro blu e l’altro giallo.
Il primo centro che visitiamo, Kotlyareve, è anche l’ultimo: appena entriamo nella grande fabbrica semi-distrutta le batterie russe iniziano a sparare e i sibili si sentono talmente forti da far capire che i colpi sono ravvicinati. Un ragazzo in jeans e felpa, conoscente di uno dei soldati, urla qualcosa e tutti iniziano a correre verso l’unico prefabbricato ancora intatto. Il colpo deflagra a poca distanza da noi causando un gran boato. Ripartiamo in fretta ma dopo poco l’altra macchina, una vecchia Lada, si ferma nei pressi di una casa colonica, i militari non si fidano a guidare durante un attacco. Forse la loro macchina è ancora più lenta della nostra, ma per diversi minuti, nel silenzio generale, chiediamo perché non ci siamo fermati anche noi.
NIC FINO ALL’ARRIVO a Mykolayiv non fa che ripetere «su questa strada non ci dovrebbe stare nessuno, i russi sono pazzi» oltre a imprecazioni contro Putin e i droni nemici mentre sfiora tutti i dissuasori di cemento e quasi centra un cavallo di frisia. Quando ci salutiamo e si toglie il pesante giubbotto antiproiettile, notiamo che Nic, un uomo di 45 anni con le mani nodose e nere da meccanico e gli occhi azzurro ghiaccio, è magro come un adolescente. Prima di darci la mano e farci promettere di tornare a trovarlo si stringe ancora di un buco il cinturone verde sbiadito mentre fuma e sorride.

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