VISIONI

Addio Taylor Hawkins, angelico batterista dell’ultima emanazione rock

FRANCESCO BRUSCOUSA

A rileggerle oggi, certe pagine di The Storyteller, autobiografia di Dave Grohl pubblicata pochi mesi fa, sembrano scritte apposta per un epitaffio in pieno stile rock: «Io e Taylor eravamo come Beavis e Butthead, come “Scemo e più scemo”. Un vortice iperattivo che, ovunque andasse, portava nell’aria fumo di Parliament Light e rullate di batteria. Non c’era nessun altro con cui sarei voluto partire per quel safari da psicopatici». Ora si dirà che del rock, Taylor Hawkins ha incarnato i due topoi estremi, quello dell’eterno ragazzo e quello dell’angelo caduto troppo in fretta. «Bullshit», replicherebbe probabilmente, scuotendo i capelli biondo surf dietro la sua Gretsch fiammante.
E SI DIRÀ che la storia dei Foo Fighters, che del rock classico è l’ultima grande emanazione, è un lungo sentiero compreso tra due tragedie. Nella band formata da Dave Grohl dopo il suicidio di Kurt Cobain e l’inevitabile scioglimento dei Nirvana, Hawkins ci era entrato nel 1997, dopo tenace e reciproco corteggiamento mentre era ancora al servizio di una Alanis Morrisette all’apice del suo successo. «Quando si è unito alla band», aveva dichiarato Grohl, «il suo modo di suonare la batteria era il fattore meno importante: pensavo solo di voler viaggiare per il mondo con questo ragazzo, salire sui palchi e bere birre con lui». Ma una storia non si esaurisce nei suoi estremi, e dopo l’elaborazione del lutto arriverà il momento della riscoperta. E allora sarà facile intuire quanto il modo di suonare di Hawkins sia stato in realtà decisivo, potenziando tanto in studio - a partire dal terzo album, There’s Nothing Left To Lose (1999) - quanto dal vivo le qualità di un gruppo che era ancora alla ricerca di un’identità e che in pochi avrebbero immaginato così longevo. Il più grande rock act del nostro tempo, fino a quarantotto ore fa. Come batterista, Hawkins era entrato in sintonia con il lato più vintage di Grohl, portando ai massimi livelli di energia la lezione dei suoi ispiratori, Roger Taylor, Stewart Copeland, Phil Collins, Neil Peart.
POTENZA PURA, quella delle sue braccia dinoccolate, essenzialità granitica e senso dello show tutto americano: un autentico rituale, il momento in cui Taylor e Dave si scambiavano di posto, e il biondo californiano si trovava davanti al microfono, per una cover dei Led Zeppelin o dei Queen, la band che lo aveva incantato da bambino. «Dopo il loro concerto del 1982 non sono stato più lo stesso. Fu l’inizio della mia ossessione per il rock’n’roll e l’unica cosa che ho desiderato da quel momento era far parte di una grande rock band». Desiderio esaudito, nonostante l’insolita circostanza di ritrovarsi in una band che aveva un altro batterista come leader. L’ansia di quei primi giorni in studio, di tanto in tanto, veniva rievocata nelle interviste: «Ho fatto metà del primo disco, e solo perché Dave mi ha tenuto per mano, come farebbe un fratello maggiore». Grohl rispondeva sempre: «Credo che Taylor sottovaluti la sua importanza in questo gruppo. Cosa saremmo senza di lui? Riuscite a immaginarlo?». Francamente no.

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