VISIONI

Musica e avanguardia, tra città alta e bassa. Bergamo celebra il jazz

Chiusa la 43esima edizione del festival orobico sotto la direzione artistica di Maria Pia De Vito
MARCELLO LORRAIITALIA/bergamo

Edizione del ritorno alla quasi-normalità, per una rassegna storica che si svolge nella città-simbolo del dramma che abbiamo attraversato. Nato nel ’69, il festival di Bergamo è una delle più antiche manifestazioni deputate al jazz in Italia, e con quella appena conclusa - sotto la direzione artistica di Maria Pia De Vito - ha 43 edizioni all’attivo: nel 2020 è stato il primo festival di jazz nel nostro paese a saltare, nel 2021 è slittato a settembre, con capienza ridotta, ma tornando intanto dopo alcuni anni di ristrutturazione al Teatro Donizetti, vanto cittadino e sede principale del festival fin dall’inizio.
E QUEST’ANNO Bergamo Jazz è tornato anche alla sua tradizionale collocazione in marzo, e a pieno regime: quattro giorni, una sera al Teatro Sociale (altro gioiello) di Bergamo Alta, tre al Donizetti, e numerosi altri appuntamenti nel corso del weekend che puntano ad investire in maniera diffusa la città, valorizzando e anche riscoprendo spazi di pregio. Come la splendida sala sopra l’arco della Porta Sant’Agostino, a Bergamo Alta, che domenica mattina ha ospitato il duo dei trombettisti Gabriele Mitelli e Rob Mazurek, bresciano il primo, legato alla scena di Chicago e oggi residente in Texas il secondo. Trentaquattrenne, Mitelli è uno dei più dinamici protagonisti del jazz in Italia; cinquantaseienne, Mazurek nel campo dell’avanguardia è una certezza. Collaborano da tempo e questo duo è una perfetta testimonianza del loro affiatamento. Dialogano con diversi strumenti a fiato e li combinano con sfondi di elettronica sfrigolante o pulsante; Mazurek canta e agita sonagli in maniera icastica, come in una «musica del quarto mondo» - per usare l’espressione del compianto Jon Hassell – sospesa tra folclore indefinito e realtà futuribile; con l’elettronica fanno comparire voci fantasmatiche; con sax (Mitelli) e cornetta evocano formidabili atmosfere alla Albert Ayler; e non mancano momenti estatici.
LA LOGICA di questa musica non è quella di uno sviluppo ma di una serie di situazioni; ma nell’insieme si ha la sensazione di assistere non solo ad una performance ma anche ad una cerimonia. Sabato mattina invece La morte di Antigone di Giuseppe Diotti, uno dei dipinti della collezione dell’Accademia Carrara, ha fatto da scenario all’esibizione in solo di Ava Mendoza, che da una decina d’anni a questa parte si è distinta tra le più interessanti figure di chitarristi nell’ambito del jazz di ricerca e dell’avantgarde. Un set in cui il blues-rock è un riferimento non tanto come linguaggio – e certamente non come vena «liberatoria» - quanto come dimensione sonora, in un flusso praticamente senza soluzione di continuità in cui emergono scampoli melodici all’interno di liberi sviluppi, con una forte concentrazione sul suono, molto contegno e una certa inclinazione «dark». Certamente una personalità forte, già vista egregiamente all’opera anche in gruppi altrui, per esempio di James Brandon Lewis.
TRE SARDI e un chicagoano con Giornale di Bordo: Antonello Salis, tastiere e fisarmonica, Gavino Murgia, sassofoni, Paolo Angeli, chitarra sarda «truccata» e Hamid Drake, batteria, che in questo quartetto indirizzano la loro consumata esperienza improvvisativa alla creazione di una musica energetica, contagiosamente esuberante.
Programma troppo denso per poter riferire di tutto. In cartellone spiccavano diversi pianisti di nome. Fred Hersch, con Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria, ha messo il proprio trio al servizio del suo ospite di riguardo, Enrico Rava. Esibitosi in trio, Vijay Iyer ci è apparso brillante ma carente di profondità. Non è questa la sede per un giudizio articolato sul pianismo di una star come Brad Mehldau – che ha voluto al Donizetti una serata tutta per sé, invece dei consueti due set - ma le sue interpretazioni (Beatles, Radiohead, ecc.) ci paiono rivelare una concezione piccolo-borghese del bello e una sensibilità piuttosto arida: in ogni caso è stato un trionfo. Gonzalo Rubalcaba è un eccellente pianista, che nel set di chiusura del festival, con un omaggio alla musica popolare cubana assieme alla cantante Aymée Nuviola e ad una band, ha però soprattutto voluto offrire una gioiosa conclusione a questa edizione da festeggiare.

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