VISIONI

Live in Tel Aviv: il Concerto grosso di Alan Parsons

FRANCESCO BRUSCOGB

Nel recente Get Back di Peter Jackson lo abbiamo rivisto ventunenne tecnico del suono, sul tetto di Savile Row per l’addio dei Beatles. Da allora Alan Parsons non ha mai smesso di alternarsi tra studi e palchi. E proprio sul palco lo ritroviamo nella sua nuova uscita, a qualche mese di distanza da The NeverEnding Show: Live In The Netherlands e dopo il rinvio di alcune date del suo tour, causa positività al covid di due membri dello staff. L’ultimo album, One Note Symphony: Live In Tel Aviv — uscito l’11 febbraio per Frontiers Music Srl, etichetta napoletana da tempo in orbita Sony — testimonia in doppio cd (o triplo vinile, più dvd e digitale) il concerto di Alan e compagni con la Israel Philharmonic Orchestra.
ANTICIPATA dai video di Standing On Higher Ground e Don’t Answer Me, la raccolta ripropone in versione orchestrale diciotto estratti dall’ampio catalogo del musicista londinese; una scaletta che ha modo di spaziare dal repertorio classico dell’Alan Parsons Project ai più recenti episodi da solista.
Considerata l’opportunità di utilizzare un intero ensemble sinfonico, la selezione predilige brani altrimenti difficili da riproporre dal vivo, come Silence And I dall’album Eye In The Sky (1982), con quella grandeur formale e sonora tipica del tardo prog di quegli anni; la stessa di cui è permeata (The System of) Dr. Tarr and Professor Fether dal concept album del 1976 ispirato a Edgar Allan Poe. Non sorprende riascoltare la recente The Sorcerer’s Apprentice, rilettura dell’Apprendista Stregone di Dukas inserita in The Secret (2019), ultimo album in studio, da cui proviene anche la traccia che dà il titolo al live.
UNA MANO sulla tastiera, l’altra a dirigere l’orchestra, è il fido Tom Brooks a prendersi onori e oneri degli arrangiamenti, ottimi quando si tratta di riprodurre archi e fiati già concepiti per gli originali, come nei pezzi citati, un po’ meno laddove è richiesto di amalgamare i due massicci organismi musicali, orchestra sinfonica e rock band di nove elementi. Il risultato è quello che ormai ci attendiamo da simili progetti, in cui solitamente un dirompente primo impatto lascia spazio a una progressiva separazione dei due corpi sonori. Come quando si mettono sullo stesso palco gli Scorpions e la Berliner Philarmoniker, o come quando una traccia fantasma viene inaspettatamente aperta su un mix. La qual cosa ci riporta in piena zona Parsons.

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