CULTURA

I luoghi abbandonati e incoltisono le riserve del nostro futuro

INTERVISTA ALL’ARCHITETTA DEL PAESAGGIO JILL DESIMINI
ARIANNA DI GENOVAITALIA

Ci sono dei luoghi vacanti, inabitati, non colonizzati, che la specie umana cerca di addomesticare o, comunque, di forzarne i confini così da colmare quei vuoti vertiginosi, irrazionali, forieri di ignoto e imprevedibilità. Sono «zone temporaneamente autonome», non gerarchiche perché dimenticate, irrorate da misteriose reti connettive.
Jill Desimini, docente di architettura del paesaggio presso Havard Graduate School of Design, guarda a quegli spazi «sospesi» con lungimiranza, immaginandoli non come scarti ma laboratori socio-politici densi di cambiamenti. La studiosa interverrà giovedì 24 nell’ambito delle «Giornate internazionali di studio sul paesaggio» (18-25 febbraio, online), organizzate dalla Fondazione Benetton che quest’anno ha scelto come tema quello degli Abbandoni, parola cui l’emergenza sanitaria ci ha abituati per la desertificazione delle città durante i vari lockdown e anche per quella affettiva che quel confinamento ha comportato. «È fondamentale superare l’idea del mero abbandono per vedere tutto ciò che quel terreno incolto offre alla comunità e al suo futuro prossimo», spiega Desimini.
Crede che il concetto di spazi abbandonati abbia assunto un nuovo significato dopo due anni di pandemia e la conseguente rigenerazione- a cui increduli abbiamo assistito nei primi tempi - della natura selvatica?
Sì, ritengo che il nostro apprezzamento per i paesaggi «non coltivati» che ci circondano sia cresciuto nei mesi della pandemia e abbia inglobato in sé anche una particolare attenzione alla salute e al benessere. Temo però che trattiamo ancora questi speciali landscapes come qualcosa di superfluo. Ciò che è selvatico prolifera nella pausa, solo per poi soccombere alla pressione economica in quella corsa alla ripartenza sempre annunciata. Purtroppo, a fare da fondamenta alla nostra «salute civica» c’è troppo spesso l’edilizia e una certa idea di progresso. Fino a quando i nostri valori non muteranno, continueremo ad associare l’azione del costruire a crescita e sviluppo. Questo pensiero lineare ci costringe a idee altrettanto lineari sulla possibilità di trasformazione. Al contrario, pensare alla terra come un luogo incolto stimola ad immaginare un nuovo modo di essere e di vivere.
Nel suo «Manifesto del terzo paesaggio», Gilles Clément attribuisce un significato filosofico ed ecologico ai luoghi incolti. Cosa ne pensa?
Amo il lavoro di Clément, così come il significato filosofico ed ecologico con cui riveste gli spazi negletti. Mi interessa soprattutto la sua convinzione che quei terreni selvatici possano formare una bioriserva per il futuro. Detto questo, se non si vuole mancare l’obiettivo e avere successo, questa bioriserva dovrà evolversi attraverso le pratiche della cura e senza prescindere dal contesto. A mio avviso, non può essere semplicemente trascurata, lasciata lì. Dovrà essere indirizzata, districata, solo così potrà sprigionare il suo potenziale riparativo sociale ed ecologico.
Paesaggi urbani e agricoli «sospesi»: sono soggetti che testimoniano condizioni diverse, sia nel momento della pausa che nel processo di progettazione...
Il mio punto di vista è molto chiaro: un periodo di maggese in agricoltura è una pausa deliberata e ponderata. Al contrario, i paesaggi urbani incolti, il più delle volte, derivano da un fallimento sistemico piuttosto che dal riconoscimento della necessità di demolire ciò che abbiamo sovracostruito nelle nostre città. Allo stesso tempo, quei «vuoti» hanno dimostrato di produrre benefici ecologici e un’azione salutare, proprio come avviene con il «riposo» agricolo. Attraverso una cura consapevole possono creare il tessuto per un altro tipo di vita metropolitana, che sia realmente inclusiva. Infine, per tornare al discorso pandemico: nei due anni di contrazione economica, con la riduzione dei nostri consumi abbiamo potuto osservare come la fauna selvatica si sia subito riappropriata della sua libertà.
Lei è fiduciosa sulla possibilità di un’espansione naturale della città proprio attraverso i suoi luoghi oggi «in trascuratezza». Può farci degli esempi?
In quegli spazi, vedo l’opportunità per una decrescita organica: sappiamo che ne abbiamo bisogno per continuare a esistere su questo pianeta. Per quanto concerne gli esempi - quelli che risultano anche socialmente e culturalmente difendibili - purtroppo non ne esistono ancora, soprattutto se ragioniamo in base ai livelli di investimento necessari. Ci sono ottimi esempi, però, che riguardano alcuni siti: penso alle aree selvatiche urbane di Bussey Brook e Allandale Woods a Boston. O al famoso Tempelhofer Freiheit.
Cosa ci raccontano le rovine, che vanno considerate anche soglie, soggetti liminali?
Le rovine ci indicano i nostri limiti, ma non dovrebbero essere estetizzate. Ci costringono invece a ricordare che non possiamo semplicemente andare avanti senza assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo lasciato dietro di noi.

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