INTERNAZIONALE

Ieri presidente oggi boss da consegnare agli Usa

HONDURAS, HERNÁNDEZ IN MANETTE
GIANNI BERETTAHONDURAS/Tegucigalpa

Sono impressionanti le immagini dell’arresto di Juan Orlando Hernández, fino a solo due settimane fa presidente dell’Honduras, prelevato dalla sua abitazione di Tegucigalpa con le catene tanto ai polsi come ai piedi, con un giubbotto antiproiettile della stessa polizia. Ben 600 agenti hanno partecipato all’operativo concertato con l’antinarcotici statunitense (Dea). Poche ore prima la Corte Suprema di Giustizia honduregna aveva accettato di esaminare una richiesta di estradizione nei suoi confronti del Dipartimento di Stato. Una corte di New York lo accusa di aver favorito l’invio di tonnellate di cocaina verso gli Usa fra il 2004 e il 2022.
SI PREVEDE CHE LA SENTENZA sull’estradizione arriverà presto. Hernández, avvocato di 51 anni, raggiungerebbe così il fratello Tony, ex deputato del suo stesso Partido Nacional, che negli Usa sconta una pena all’ergastolo per i suoi legami con i cartelli messicani.
Di altrettanto impatto è stata l’euforia di migliaia di honduregni scesi per le strade a festeggiare, presi quasi da un senso di liberazione. Non è bastata all’ex narco-presidente l’immunità da deputato. E neppure l’illusione che potesse trovare rifugio presso il confinante Nicaragua dell’autocrate Daniel Ortega, al cui reinsediamento aveva presenziato (unico presidente dell’istmo) appena lo scorso 10 gennaio. Con lui Hernandez aveva risolto un contenzioso di frontiera, mentre si erano spartiti fino a oggi con disinvoltura (insieme al Guatemala) i fondi del Banco Centroamericano de Integración Economica (BCIE). Hernandez ha dichiarato che collaborerà con le autorità e che riuscirà a dimostrare di essere vittima di una vendetta dei capi dei narcos locali che lui stesso aveva fatto estradare dall’Honduras verso gli Stati uniti durante il suo primo mandato.
SONO DUNQUE GIRATE AL BELLO le previsioni per la neopresidente di sinistra Xiomara Castro che, pur essendosi ampiamente affermata alle elezioni del novembre scorso, si è insediata il 27 gennaio sotto il ricatto di due parlamenti contrapposti, a conferma del livello di caos istituzionale in cui si dibatte il paese. Per non dire della corruzione e dell’immensa povertà da cui è afflitto.
L’incarceramento del suo predecessore confermerebbe che polizia, esercito e potere giudiziario sarebbero dalla sua, pur se pilotati da Washington. E anche il pasticcio dei due congressi è stato apparentemente superato con una trattativa con i 18 deputati "traditori" (su 50) del suo Partido Libre, che hanno accettato come unico presidente del legislativo Luis Redondo, dell’alleata formazione moderata Salvador de Honduras.
MA IL CAPO DEI DISSIDENTI Jorge Calix (il deputato di Libre che ha ottenuto più voti) ha voluto inscenare comunque il suo ingresso nel parlamento riunificato con al fianco un gruppo di mariachi al suono di Yo sigo siendo el rey (Il re sono sempre io). Xiomara dovrà dunque dipendere da lui. Tanto più che sommando i voti dell’alleanza progressista (50 più 10) non raggiunge comunque la metà dei 128 seggi.
Castro pensa di dribblare il problema lanciando quanto prima una non facile riforma costituzionale «partecipativa» da sottoporre a referendum popolare. Ma come farà intanto a governare la quotidianità di un paese così disastrato? E come potrà risolvere i dilemmi di politica estera dovendo scegliere fra gli Stati uniti di Kamala Harris (che ha assistito alla sua investitura) e l’Alleanza Bolivariana del venezuelano Nicolas Maduro (con cui ha già riallacciato relazioni diplomatiche)? E ancora: manterrà i rapporti con Taiwan o (come ha promesso) dirotterà su Pechino? Per chi opterà poi, tra i paesi limitrofi, per il regime di Ortega in Nicaragua o per il folle millennial "bitcoinero" Nayib Bukele di El Salvador?

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