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Transizione ecologica, il «che fare» non è dei governi ma dei movimenti

GUIDO VIALEITALIA

Spesso, di fronte alla complessità della conversione ecologica - ormai all’ordine del giorno, seppure nelle più svariate versioni, sotto forma di «transizione» - si finisce per indicare «che cosa i governi dovrebbero fare»; e la risposta è quasi sempre: una politica economica che riallochi risorse finanziarie, materiali e umane per perseguire quell’obiettivo realmente e non per finta (cosa molto frequente) senza danneggiare la parte più vantaggiata della società.
È ciò che auspica anche Tonino Perna nell’articolo pubblicato sul manifesto il 17.12. Ma quelle politiche i governi non le realizzeranno mai, perché rispondono a logiche completamente diverse dalle loro. E noi (chi?), al governo, per fare quelle cose, non ci arriveremo mai, in tempo utile.
Analogamente, molti continuano a indicare che cosa dovrebbe fare la sinistra per mettere all’ordine del giorno una vera svolta; ma chi si rifà ancora a quel nome risponde ormai a logiche completamente diverse da chi gli vorrebbe fare da suggeritore. Ci sono sì movimenti, comitati, associazioni, lotte che si oppongono in vario modo allo stato di cose; ma nessuna delle organizzazioni che pretendono di rappresentarne le istanze ha poi avuto poi capacità o volontà di portarle avanti. È un meccanismo, in parte noto, in parte misterioso, che macina chi che cerca di promuovere cambiamenti radicali dall’alto.
Dunque, la transizione ecologica «dall’alto» non si farà; non in misura sufficiente a evitare la moltiplicazione dei disastri già in corso; non in egual misura in tutti i paesi (per tenere il passo, quelli più avanti dovrebbero compensare i ritardi di chi resta indietro); non coinvolgendo coloro che più di tutti dovrebbero esserne interessati. A un mese da Glasgow, possiamo senz’altro dire addio non solo alla soglia di 1,5°C, ma anche ai 2°C.
Allora bisogna arrendersi? Neanche per sogno. Molte misure di mitigazione del cambiamento climatico concorrono anche all’adattamento di una comunità alle condizioni ben più difficili verso cui ci spinge la crisi. Per questo bisogna sforzarsi di immaginare (una facoltà che la politica ha dimenticato) il contesto in cui ci su verrà a trovare tra non molti anni; e le opportunità, e non solo gli ostacoli, a cui ci porrà difronte.
I punti di crisi degli attuali assetti sociali e produttivi sono quelli che impongono maggiormente un ripensamento: lo vediamo alla Gkn come nella rivolta contro i fossili di Civitavecchia. Sono situazioni che possono indurre ad atteggiamenti di rinuncia, ma anche spingere all’azione; a lottare per un vero cambiamento: quello che può rendere «socialmente accettabile» la conversione ecologica, come auspicava Alex Langer. Non si tratta di predicare (e praticare) un’austerità unidirezionale, come aveva proposto anni fa Berlinguer (che per altri versi ci aveva visto giusto); bensì di promuovere in forme organizzate una «sobrietà» (non chiamatela sacrificio. Sforziamoci per renderla desiderabile. Lo è.) che sposti la domanda, per ora solo locale, ma diffusa e da diffondere, dai consumi individuali, fonte di competizione e di insoddisfazione per chi vi accede sempre meno, a quelli condivisi; per creare uno sbocco alla conversione produttiva di impianti che il mercato sta destinando alla chiusura.
Certamente questo passaggio ha bisogno di una mediazione; innanzitutto, nel coinvolgimento dei governi locali - i Comuni - ma soprattutto degli enti erogatori di servizi pubblici locali che la privatizzazione sta sottraendo al loro controllo. Per trovare sbocchi alla produzione di pannelli solari, di pale eoliche di tutte le taglie, di autobus e van per la mobilità flessibile, di tubi per il rinnovo degli impianti idrici, di macchinari per la rinaturalizzazione dei territori, ecc. ci vuole un movimento per “riprendersi il Comune” e i suoi strumenti: le ex municipalizzate. E’ questa l’unica strada per imporre con la lotta che siano quelli i veri centri di spesa della finanza destinata alla “transizione”. Solo così si può prospettare una svolta, non solo quantitativa ma soprattutto qualitativa, della spesa pubblica. Certamente questa prospettiva non abbraccia tutto il globo, e nemmeno tutto il paese; potrebbe svilupparsi solo “a macchia di leopardo”, contando sulla replicabilità e la diffusione dei passi intrapresi.
Ma essa può mettere una comunità in grado di affrontare i tempi duri che verranno con l’aggravarsi della crisi climatica, ambientale e sanitaria: avere ancora energia (rinnovabile) da utilizzare, acqua pulita da bere, cibo (di prossimità) da mangiare, trasporti per spostarsi, scuole aperte, presidi sanitari diffusi e fabbriche in funzione; riducendo al minimo le sempre più fragili forniture intercontinentali della globalizzazione per promuovere, con aree più vicine e complementari, un vero «federalismo produttivo». Senza dover aspettare la riforma globale e “comunitaria” delle Nazioni Unite. Se ci sarà, ben venga!

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