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Il governo non discrimini il referendum sulla cannabis

MARCO PERDUCAITALIA

Per tutto c’è sempre una prima volta. Nel 2021 la Repubblica italiana si è dovuta confrontare per la prima volta con la firma digitale e con la prima campagna di raccolta firme referendarie interamente raccolte online per la legalizzazione della cannabis.
LA PRIMA VOLTA è sempre carica di aspettative ed entusiasmi quanto di problemi e intoppi sia per chi l’ha ricercata, conquistata e organizzata, che per chi la subisce. Dalle prime volte si imparano lezioni e si gettano le basi per poter far tesoro delle esperienze. In termini pratici ma anche in termini di valutazione dell’applicazione di nuove norme o degli aggiornamenti necessari a far sì che il «godimento del progresso scientifico e delle sue applicazioni» possa esser garantito.
Il referendum cannabis ha sfruttato l’incrocio di una prima volta tecnologica con un primo massiccio sdoganamento culturale: da una parte la firma online, resa possibile principalmente dallo Spid, dall’altra l’affermazione popolare di un pianta ormai diventata parte integrante, se non integrata, della cultura nazionale confermando che il paese reale è molto più avanti di quanto non lo si vorrebbe dipingere in termini di conoscenze, consapevolezze e comportamenti.
QUESTE DUE «PRIME volte» si inseriscono nell’emergenza sanitaria per il Covid, recentemente protratta alla fine dell’anno, quella stessa emergenza per cui nel mese di luglio fu opportunamente previsto nel decreto semplificazioni un mese in più di tempo per la raccolta firme referendarie e la successiva consegna della documentazione. Un’estensione dei termini per consentire ai promotori di interagire tanto col «popolo sovrano», pur senza assembramenti, quanto con la burocrazia, ancora in buona parte in smart working, in tutta tranquillità. Quel decreto ha fissato arbitrariamente il 15 giugno come data entro cui presentare un referendum in Cassazione per accedere alla proroga.
SE DAL 2021 L’ITALIA ha ampliato la platea di chi certifica le firme e se esiste la firma digitale per proposte di legge d’iniziativa popolare e referendum è perché la Repubblica italiana è stata trovata in violazione dei suoi obblighi internazionali derivanti dalla ratifica del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
Grazie al ricorso alle Nazioni unite di Mario Staderini, coadiuvato dal professor Cesare Romano, l’Italia ha dovuto rimediare agli «irragionevoli ostacoli» creati da norme che invece di facilitare la piena applicazione dell’Articolo 75 della Costituzione hanno complicato la vita di chi negli anni l’ha voluto far vivere.
I referendum da sempre sono malvisti, se non ostacolati, dalla politica dei partiti; c’è chi li accusa di antiparlamentarismo, chi di populismo, qualche pensatore teme addirittura il diluvio di quesiti per la scesa in campo di influencer. La terza scheda, come la chiamava Marco Pannella, rende legislatore il «popolo sovrano», gli conferisce la possibilità, non senza difficoltà ulteriori agli «irragionevoli ostacoli» - il quorum - di cancellare leggi nel pieno rispetto della Carta. Una Carta, la nostra, che non tollera discriminazioni fissate con scelte ad hoc come quella della data del 15 giugno.
ABBIAMO RACCOLTO quasi 600.000 firme, ci mancano da scaricare e accoppiare ancora oltre 150.000 certificati elettorali inviati dai comuni in formato «digitale».
Non aver incluso nella proroga il referendum cannabis, come dichiarato ieri sera dal presidente Draghi, ci avrebbe fatti tornare davanti alle giurisdizioni internazionali perché la Repubblica italiana dopo aver adottato una norma ad referendum non l’avrebbe poi estesa a tutti i quesiti. A meno di 24 ore dalla consegna in Cassazione attendiamo di vedere il decreto adottato e pubblicato in Gazzetta.

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