VISIONI

Gloria Mundi, non tutto passa

SILVANA SILVESTRI FRANCIA/MARSIGLIA

La compagnia di attori del collettivo di Robert Guédiguian è di nuovo in scena con un apologo sulla nuova società neoliberista in libera caduta. Nel frattempo il regista ha già terminato il suo nuovo film Mali Twist ambientato in Senegal a Bamako e ne ha prodotti altre tre, Gloria Mundi è stato presentato a Venezia 2019, ma è ancora di grande attualità, nonostante il panorama economico europeo sia oggi a una nuova svolta e il covid abbia esasperato a dismisura le diseguaglianze.
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan sono interpreti che ci ritornano in mente quando la solidarietà di classe prendeva vita tra i protagonisti delle case che si affacciavano sul cortile all’Estaque, il quartiere operaio di Marsiglia, ambientazione prediletta dal regista. Cosa ne è stata di quella solidarietà dai tempi non lontani di Marius et Jeannette (1997) per arrivare una decina di anni dopo a Gloria Mundi? Il neoliberismo dell’era Macron applicato alle classi sociali più indifese ha creato false aspettative e prodotto drammi. In questo più che in altri film di Guédiguian si sente che la tesi soffoca in qualche modo il racconto e diventa predominante a forza di esemplificazioni, sostenuta e riscattata da una predisposizione tutta francese alla classificazione.
INVECE di partecipare alla solidarietà di classe, la protagonista si rifiuta di aderire allo sciopero: Ariane Ascaride nei panni di Jeannette, cassiera del supermercato era capace di tener testa al padrone, ora, come Sylvie Benar, non può rinunciare al salario di donna delle pulizie del turno di notte e non aderisce allo sciopero come i suoi compagni di lavoro. Il marito autista di autobus non lo vede mai, esce quando lei rientra, il genero si è lasciato prendere dall’euforia Uber e ne esce con le ossa rotte, picchiato dai suoi ex colleghi tassisti, una figlia ha messo su con il marito un negozio di rivendita dell’usato, poveri che sfruttano altri poveri, l’altra figlia ha appena avuto una bambina, Gloria, Gloria mundi.
Che ne sarà di lei nel futuro? quella bambina è come una fioca speranza nelle nere ombre che avvolgono i destini non solo di questa famiglia, ma degli strati più vasti della società, impegnati a credere che anche per loro ci sarà una svolta, ma non sarà così.
Dal passato, proprio come a ricordare quella comunità di un tempo che almeno aveva la speranza come prospettiva e non quelle oscure ombre della quotidianità, arriva dal passato Daniel (Gérard Meylan) l’ex marito di Sylvie appena uscito di prigione dopo venti anni, unica figura che non ha smarrito almeno qualcuno dei vecchi valori e sarà proprio lui a far risaltare la differenza e la trasformazione epocale.
Ad Ariane Ascaride magnifica protagonista dei film di Guédiguian e sua collaboratrice da sempre, abbiamo chiesto se raccontare di questo nucleo familiare volesse dire considerare il suo personaggio di madre di famiglia come unico punto di riferimento: «Questi sono tempi in cui anche la famiglia perde forza, dove la donna difende i suoi figli come una lupa, tenta di salvare i suoi piccoli a qualunque costo. Oggi che il capitalismo ha vinto dappertutto, le persone che si trovano in uno stato di povertà si sbranano fra di loro».
Ci sono scene del film che quarant’anni fa non sarebbero state possibili, dove avrebbe avuto spazio la solidarietà e il razzismo sarebbe stato subito individuato.
«Anche in Italia ci sono persone che si battono perché la gente non muoia in mare, ma un tempo ci sarebbe stata subito una mobilitazione nel sentire i discorsi razzisti di qualcuno. Penso che questo film sia come un grido di allarme per dire: dove stiamo andando? e indica come l’individualismo non sia la soluzione».
Il titolo è come un segno di speranza?
«L’ha intitolato Gloria Mundi perché fin dall’inizio aveva in mente la frase "Sic transit gloria mundi", ha in sé qualcosa di positivo perché significa che tu potrai sempre fare qualcosa. Tutto passa, ma dobbiamo lottare per un mondo migliore».
La Marsiglia che vediamo è diversa dai film precedenti.
«L’autore ha voluto mostrare Marsiglia in un altro modo, non nel quartiere dove è nato, l’Estaque. Voleva dare una visione di come la città sta cambiando, con i nuovi grattacieli. Marsiglia è l’unica città della Francia dove la classe popolare abita in centro e con questi nuovi lavori si vogliono mandare fuori i vecchi abitanti per riqualificare il centro, un po’ come avviene dappertutto in Europa».
Ci sono riusciti?
«No, perché Marsiglia è una città che resiste».
Sembra di tornare all’Ottocento, il destino segnato per le povere ragazze, sartina o prostituta.
«Ora infatti ricomincia questo destino a causa della povertà ed è tutto un lavoro che si deve fare perché le donne ritrovino la dignità, un’esistenza degna. Quando c’è la povertà le prime ad essere colpite sono le donne sempre e dappertutto e la prima cosa che fanno gli uomini è tenere le donne sottomesse. Quando siamo in questa situazione di miseria fare quei viaggi attraverso il Mediterraneo per gli uomini non è facile, ma per le donne è tremendo».
Nel film anche i personaggi che fanno di tutto per «farcela» sembrano patetici.
«Sono patetici perché non si rendono conto: è così che ha vinto il capitalismo, perché la gente non capisce di essere gli oggetti del capitalismo. Una padrona che ti licenzia dopo tre mesi è vista come una Fatalità, non come un diritto violato. Non è vero, possiamo cambiare le cose, la fatalità non esiste. Il capitalismo ha vinto perché la gente pensa che ci sia la fatalità. È da quarant’anni che hanno distrutto il modo di vivere della classe operaia, a poco a poco, perché i partiti non ci sono più e neanche i sindacati. Quando la gente si trova da sola si deve vendere. Non puoi discutere insieme agli altri, confrontarti, elaborare idee, non hai più tempo per riflettere. Quando sei solo ti ritrovi a un livello primario di sopravvivenza»
Voi però lavorate insieme, mantenete un tipo di lavoro collettivo, siete la prova che si può fare qualcosa di diverso.
«Sono più di trent’anni che lavoriamo insieme, perché gli altri non lo fanno? Abbiamo ancora questa speranza che sia meglio lavorare insieme che da soli. Quando lavoriamo insieme abbiamo più idee, più solidarietà, più calore tra noi e non ci sentiamo soli. È Robert che scrive. Lui dice: scrivo quello che voglio perché so che loro mi seguono e fanno vivere i personaggi perché sono creativi».

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