CULTURA

Addio a Semerani, l’eterno «ragazzo dello Iuav»

ARCHITETTURA
DANIELE VITALEITALIA

«Non ci sono più i dottorati, noi non siamo più a scuola e forse anche le scuole di architettura non ci sono più», scriveva in una lettera del 2021 Luciano Semerani, mancato alla cultura italiana il 24 settembre scorso. Aveva forte il sentimento di un’epoca felice che il tempo ha cancellato. Nato nel 1933, era stato protagonista di quella stagione in cui l’architettura italiana era stata piena di fermenti e di contrasti e in Europa al centro della scena. Si era laureato nel 1958 nella scuola di architettura di Venezia con Giuseppe Samonà, che ne era stato artefice e inventore. Si era definito in un libro «il ragazzo dello Iuav» e del ragazzo aveva conservato nel passare degli anni la curiosità e l’incanto. Era stato parte del «Gruppo architettura», che della vita dello Iuav era stato a lungo il centro.
IL COGNOME D’ORIGINE Semerak era stato italianizzato in Semerani. Come il suo maestro Rogers era infatti di Trieste, città di frontiera dove le lingue e le culture si mescolano e le identità perdono nettezza di contorni. Le identità si costruiscono, anche quelle di architetto. C’è la storia dell’architettura, ma anche l’architettura. «Le invenzioni architettoniche sono scelte tra materiali che esistono». «Questo nostro museo dell’Architettura che noi ci costruiamo dentro con le nostre scoperte e ordiniamo secondo simpatia è un monumento che ogni giorno ricostruiamo su sé stesso» (L’altro moderno, Allemandi, 2000). Conduceva gli studenti e i dottorandi ad edificarlo smontando le opere e rileggendo le rovine. È stato tra i pochi che abbiano insegnato a progettare in modo non accademico, ma senza eccessi personali.
Semerani ha costruito molto, per lo più con Gigetta Tamaro, la moglie con cui ha condiviso lo studio. Diverse le opere a Trieste. L’ospedale di Cattinara, uno dei lavori principali, forte e lavorato nei volumi, domina dall’alto come un’acropoli la città che abbraccia a semicerchio il mare (1965-1994). A Venezia, nel tessuto fitto della città, realizzano l’Ospedale dei SS. Giovanni e Paolo, con accenti espressivi più marcati (1978- 2006).
MA IL CENTRO della sua ricerca rimane nella scrittura e nella scuola. Scrive in modo profondo, ma con scioltezza di parola. Dirige il Dipartimento di progettazione, ma la sua passione principale è il dottorato di cui è stato coordinatore, con i suoi confronti e le sue tesi. Si occupa soprattutto di esperienze e di figure «di bordo» e irregolari, lo sloveno Plecnik, l’italiana Lina Bo Bardi migrata in un Brasile lontano e vicino, i surrealisti e i suprematisti. Sapeva che la chiarezza, l’ordine, la ricerca della verità si accompagnano a quell’insondabile e a quel momento oscuro che si annida in ogni atto di invenzione. Così c’è il moderno e l’altro moderno, in cui si riconosce e che trasforma nel titolo di un libro.
Di Le Corbusier amava non la regola e l’impianto modulare, ma la rivelazione della cappella di Ronchamp, con la folgorazione plastica, l’interno magico, i raggi di colore, la scenografia teatrale.

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