COMMENTO

Le ambiguità referendarie del Partito Radicale

Cannabis e non solo
MARCO PERDUCAITALIA

Nessuno ha notato che tra le 50 associazioni e movimenti che sostengono il referendum «cannabis legale» non c’è il Partito Radicale. In primavera qualcuno aveva posto una domanda al Segretario Maurizio Turco.
Gli era stato chiesto se avesse intenzione di sostenere il referendum dell’Associazione Luca Coscioni per l’eutanasia legale fu risposto «sarebbe velleitario» - intendendo che non c’erano le risorse per impegnarsi. Un mese dopo Turco convinceva Salvini a cangurare la raccolta firme di sei referendum per la «giustizia giusta».
Che la storia del Partito Radicale sia intrisa di lotte politiche, parlamentari, nonviolente e referendarie per il rispetto dello Stato di Diritto è fuor di questione, ma che l’unico partito al mondo che ha scritto a chiare lettere sulla propria tessera l’aggettivo «antiproibizionista» non si ponga il problema di prendere in considerazione motu proprio la partecipazione a una mobilitazione per la legalizzazione della cannabis (e non solo) la dice lunga sullo stato del partito che fu di Marco Pannella. Almeno a me.
Rita Bernardini, da me informata della proposta ha subito aderito e poi firmato ma temo che sia meno centrale di qualche tempo fa nel processo decisionale del Pr.
Chi è cresciuto politicamente nutrendosi del liberalismo radicale di Pannella non ha dubbi circa l’esistenza di un «partito dei giudici», ma che per perseguire una giustizia giusta che si fondi sul rispetto dei diritti delle persone, sul giudice terzo, sulla presunzione d’innocenza occorra mettersi in agenda la promozione di un partito degli «anti-giudici» è una novità.
Sono mesi che Radio Radicale è occupata da incontri dove il fulcro del contendere è Luca Palamara. L’ex membro del Csm, già presidente dell’Anm viene presentato come «capro espiatorio» - talvolta commiserato con toni degni di Enzo Tortora - la vittima di un sistema che fino a qualche mese prima aveva perfezionato con tecniche degne del manuale Cencelli.
Palamara, che pare non abbia firmato tutti e sei i referendum del Partito Radicale, ha colto l’occasione dell’ennesimo dibattito nella sede de Pr per annunciare la sua candidatura alle suppletive del collegio di Primavalle spiazzando molti dei presenti e offrendosi di fatto al centrodestra come cavallo vincente in un collegio che fu dei Cinque Stelle.
Interrogato sulla firma digitale, un rimedio «imposto» alla Repubblica italiana dall’Onu per cancellare gli «irragionevoli ostacoli» frapposti al godimento dei diritti politici nel nostro paese - frutto di un ricorso internazionale di Mario Staderini a seguito di una raccolta fallimentare di firme referendarie radicali nel 2012 (anche sulla giustizia) - Turco avrebbe dichiarato: «La tecnologia consente di fare cose che quando fu scritta la Costituzione non erano immaginabili, sono favorevolissimo all’impiego della firma digitale ma c’è da mettere mano alle regole si è inserita una rivoluzione su un impianto democratico del ‘900 e qui rischia d’esser messo in discussione il modello organizzativo di una democrazia». Non ho trovato smentite quindi prendo per buone queste parole.
Negli ultimi anni Pannella non parlava più di partitocrazia ma di vero e proprio regime partitocratico e di «democrazia reale», un contesto politico-culturale dove l’illegalità costituzionale e il mancato rispetto degli obblighi internazionali è la norma se non la normalità. Come norma era il silenziamento di chi denunciava tutto ciò.
Adesso, con l’arrivo di una potente disintermediazione frutto dell’abbattimento di «irragionevoli ostacoli» imposti al popolo sovrano dal regime partitocratico, il Partito che fu di Marco Pannella si preoccupa che dall’apertura di quel vaso di Pandora possa uscire una crisi di sistema piuttosto che l’attivazione di quanto previsto dalla nostra Costituzione e per anni progressivamente minato da chi gestisce il potere. Grazie al referendum sulla cannabis si è capito che la «giustizia giusta» è la foglia di fico di quello che fu Il Partito anticlericale, antimilitarista e antiproibizionista per eccellenza. Un archivio, oggi ridotto a inventario, di lotte e conquiste gestite in modo para-sovietico da chi, appena eletto, ha pensato bene di cancellare buona parte delle previsioni dello Statuto da sempre sbandierate come modello di libertarismo. Foglia di cannabis batte foglia di fico. Segno dei tempi.

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