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Nagasaki, il corpo dei superstiti non dimentica mai

ARIANNA DI GENOVAGIAPPONE/Nagasaki

Nella prefazione al suo libro Nagasaki, racconti dell’atomica (per la prima volta in Italia con le edizioni Gallucci, traduzione di Manuela Suriano, pp. 208, euro 14), Kyoto Hayashi si rivolge direttamente ai suoi lettori e lettrici per renderli partecipi di quel «nemico interno» - le radiazioni - che nonostante siano passati settant’anni costringe tutti i sopravvissuti dei bombardamenti a non dimenticare mai, perché neanche il loro corpo può scordare. Ci deve fare i conti, a prescindere dalla cronologia della storia.
Lei, nata nel 1930 e morta nel 2017, poco più che adolescente era stata rimpatriata dalla Cina, dove lavorava suo padre, nella città di Nagasaki. Studentessa, lavorava in una fabbrica di armi vicino a Urakami quando arrivò dal cielo la bomba atomica. Era il 9 agosto di un giorno estivo, senza nuvole e caldo. Non morì. Divenne però una scrittrice, dedicandosi instancabilmente a narrare alle generazioni future quel che erano destinati a provare per tutta la vita i superstiti di una atrocità simile.
Hayashi affida a personaggi femminili il filo della memoria, componendo una galleria di malinconici «ghosts» che diventano come perle di una preziosa collana. Così c’è Wakako, ragazza che torna dopo giorni di vagabondaggio e smarrimento a casa e agonizza in preda al senso di colpa per non aver potuto salvare la sua amica Yoko quando sono state investite dall’esplosione; c’è Kinuko, maestra elementare che non si dà pace per non aver potuto comprendere le ultime parole pronunciate dalla sua insegnante, la signorina T, un attimo prima che una luce la catturasse e lei sparisse, come liquefatta. Kinuko è sola al mondo: conserva in un barattolo anonimo le ossa dei suoi genitori, per farsi compagnia. E poi ci sono i racconti di chi ha lottato per rimanere al mondo, facendo decotti con le foglie di cachi per combattere la tossicità delle radiazioni, cercando di aggirare la morte, curando le infezioni e, in seguito, tumori e ricordi dolorosi. Una scrittura cruda quella di Hayashi, che custodisce le parole di un infinito diario collettivo.

a. di ge.

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