PRIMA

Alla prova di un cul-de-sac assai spinoso

Green pass e libertà
PIER GIORGIO ARDENI ITALIA

Parlare di principi è sempre difficile e si fatica ad esprimere un’opinione coerente quando i termini della questione sono complessi. Eppure, è questo uno di quei casi in cui dobbiamo difendere i principi, razionalizzandone il contesto. Come ha nitidamente affermato su questo giornale Gaetano Azzariti, «al dunque la questione di fondo è: sin dove possono spingersi gli obblighi e le limitazioni alle libertà individuali per la tutela dell’interesse pubblico alla sanità e alla sicurezza?».
La questione è spinosa, perché la risposta non è univoca.
Ci sono due aspetti: la legittima scelta che ognuno di noi deve poter fare di non assumere il vaccino e la limitazione della libertà di contatto, circolazione e frequentazione di luoghi pubblici per chi non sia vaccinato.
DETTO CHE IL VACCINO appare al momento come il migliore mezzo per rallentare la diffusione del virus e che tutti andrebbero invitati a vaccinarsi, non per questo si può accettare che chi non ritiene di farlo venga discriminato o, peggio, «criminalizzato». Perché ci sono molti motivi ancora per nutrire legittimi dubbi, incertezze. E quei motivi sono ugualmente fondati su ragioni «scientifiche» quanto quelli di chi afferma che bisogna vaccinarsi comunque. Dei vaccini sperimentati e ora praticati per il coronavirus non si conoscono gli effetti ultimi ed eventuali. Vi sono rischi, per ora ignoti, e la decisione che è stata universalmente presa è basata sulla convinzione che questi siano inferiori ai vantaggi che il vaccino presenta.
Non si sta difendendo qui, sia chiaro, le posizioni «complottiste» di molti «no-vax». Ma il rapporto con la salute e con la medicina, per molti, è molto più complesso di quanto non si voglia ammettere. Non ci sono solo le posizioni di chi difende la medicina «alternativa», che sono spesso informate e ben coscienti (non si parla qui né di omeopatia né di pratiche magiche, ma di impostazioni molto più serie e fondate). Vi è anche chi critica, ad esempio, l’approccio della medicina dominante che guarda solo alla cura della patologia specifica senza guardare al contesto in cui questa matura e si insedia (sin dalla iatrogenesi di Ivan Illich, per semplificare).
CHI SCRIVE HA SCELTO di vaccinarsi. Ma non arriverebbe ad additare il «campo di concentramento» per chi decide di non farlo. Taluni strali illiberali dei difensori della libertà di tutti che sovrasta quella individuale fanno venire i brividi.
Il tema, quindi, è come far convivere una maggioranza che ha accettato di vaccinarsi con una minoranza che questo rischio non vuole correrlo (o che ha altre opinioni, per quanto fantasiose). «Liberi di non vaccinarsi, non di contagiare gli altri», come afferma Massimo Villone. Come garantire, dunque, la libertà di chi sceglie di non vaccinarsi? Paolo Flores D’Arcais argomenta che è come limitare l’accesso ai luoghi pubblici ai fumatori: una misura chiaramente discriminatoria, che pure è stata accettata dai più. Ma nessuno, in generale, si sogna di additare un fumatore come un untore (anche se avviene anche questo). L’intolleranza nel nome della maggioranza è sempre in agguato. Se vuoi farti venire un tumore ai polmoni, sei libero di farlo nella tua dimensione privata, non in pubblico (anche se c’è chi sostiene che anche questo andrebbe limitato, perché il costo della cura ricade poi sul sistema).
EPPURE, Cacciari e Agamben ricordano che la stessa Unione Europea ha sancito che chi ha scelto di non vaccinarsi non deve essere in alcun modo discriminato (anche se, va detto, è difficile aderire alle posizioni di Agamben sulla pandemia). Come non discriminare? In alcuni locali, ci sono «le stanze per fumatori». Può essere quello un modo? Forse no, eppure il problema si pone. Il fatto è che non ci siamo ancora abituati all’idea che questa pandemia diverrà endemica. Il Covid-19 è qui per restare (ce lo dicono gli scienziati). Non solo le mutazioni e le varianti continueranno a riprodursi, ma la stessa immunità è destinata a venire meno e così l’effetto dei vaccini (che non sono del tipo messo a punto contro il vaiolo, che invece «vale per tutta la vita»). Il SARS-Cov-2, come tutti i coronavirus influenzali, muta sempre, e dovremo sempre rincorrerlo con nuovi vaccini.
CHE FARE DUNQUE? Anche quando il vaiolo non era ancora stato completamente sradicato (e ciò è avvenuto grazie al vaccino), non erano certo discriminati in alcun modo coloro che non erano vaccinati. Eppure, con gli anni, si è arrivati ad estirparlo. Dovremo sempre avere un «green pass» con noi assieme ai nostri documenti d’identità? Forse maggiore ragionevolezza e meno intolleranza potrebbero servire di più. C’è troppa animosità in giro, troppo desiderio di controllo, che ha trovato linfa nella grande incertezza che ci sovrasta. Il salubrismo del bio-capitalismo del controllo ha trovato un nuovo terreno, facendoci dimenticare quanto sia responsabile del penoso stato in cui ci troviamo, e la medicina dominante ne è il suo «braccio operativo». Non perdiamo la bussola e manteniamoci liberi e tolleranti cercando un modus di convivenza e di resistenza contro l’ultima ratio totalizzante del controllo dei corpi.

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