CULTURA

Il respiro delle nostre case

A Taobuk, lo studioso Ali Abu Ghanimeh è ospite per una tavola rotonda e il contest «Lo spazio dei libri»
ARIANNA DI GENOVAITALIA/taormina

«Con uno sforzo immaginativo, dobbiamo vederci al di fuori delle scatole in cui ci siamo rinchiusi, provare a riunire ciò che è disperso». La voce, dal tono profetico, che conduce verso il futuro prossimo è quella dello studioso e docente Ali Abu Ghanimeh, presidente del Forum Internazionale Architetti del Mediterraneo, ospite - da Amman e non in presenza - a Taobuk festival di Taormina per la tavola rotonda su Architettura e letteratura. Racconto e metamorfosi dello spazio (che avrà luogo il 21, alle ore 19, Giardini della Fondazione Mazzullo). Ghanimeh è impegnato anche sul fronte del contest per la progettazione di un «luogo del libro», che animi la piazza letteraria siciliana.
I suoi studi si indirizzano verso la salvaguardia del patrimonio ereditario di ogni civiltà, la connessione che lega memoria storica e natura, favorendo il rapporto fluido tra antico e moderno.
Lei indaga il tema dell’abitare, soprattutto in area mediterranea. Dopo la pandemia, gli architetti dovranno interrogarsi più profondamente su quale volto dare a interi quartieri e città?
La pandemia è arrivata all’improvviso e ci ha indicato che dobbiamo abituarci a combattere un nuovo tipo di guerra, molto più insidiosa rispetto a quelle di un tempo. Proprio con la lente dell’emergenza sanitaria, abbiamo visto che gli elementi essenziali dell’abitare «normale», il modo consueto tramandato per secoli ora non è più consono. Abbiamo sofferto moltissimo.
In Giordania siamo stati tre mesi dentro casa e abbiamo capito che è necessario cambiare la funzione degli spazi: non possono essere gli stessi che abbiamo costruito, progettato, vissuto fino ad oggi. D’un tratto, ci siamo accorti dell’importanza della terrazza, luogo negletto che, nel passato, era soprattutto un deposito, oppure un ambiente inutilizzato. La sua riscoperta è stata dettata dalla necessità di instaurare un rapporto con ciò che c’è fuori, il bisogno di continuità fra interno e esterno. Insieme, abbiamo anelato l’aria. Nel progettare le nostre case, si è sempre riflettuto sulle funzioni degli spazi domestici e poco all’aria e alla sua preziosità. Un’architettura come Corviale – un tempo anche all’avanguardia come edilizia popolare nei piani di espansione della città – adesso non sarebbe più possibile. Dobbiamo pensare più alla natura che al cemento. La città stessa è cambiata. Il quartiere, i luoghi di prossimità sono tornati a essere protagonisti così come gli edifici piccoli e le botteghe locali. Non abbiamo più bisogno di centri commerciali e supermercati giganteschi: meglio poter contare sul negozio vicino casa che si raggiunge a piedi, senza macchina né lunghi spostamenti.
Nel post pandemia, non ci sarà nessun ritorno a un «prima». Gli architetti hanno il compito di immaginare gli ambienti interni delle abitazioni con una nuova mentalità, dando rilievo agli spazi comuni sia all’esterno dei nostri palazzi che all’interno: cortili vivibili, cortili-giardino. Penso anche ai tetti. Un concorso di studentesse egiziane di architettura è stato vinto al Cairo proprio con un progetto che ha valorizzato i tetti: le persone possono svolgere lì la loro vita tranquillamente, lontane dalla paura e dai «nemici invisibili».
Immagina nel futuro prossimo il declino delle grandi città?
La metropoli mostra tutta la sua inadeguatezza. In questo periodo di sospensione e grande incertezza si sono riscoperti i borghi, i paesi di origine, quelli che si erano lasciati e dove si è tornati sempre di più per proteggersi condurre una esistenza normale. È una tendenza da giudicare positivamente, che permette di recuperare ritmi più naturali.
L’ultima Biennale di architettura si è aperta all’insegna di una domanda: «Come vivremo insieme?». Il «fil rouge» delle varie proposte è certamente la fine dell’arroganza dell’essere umano e la ricerca di un rapporto più intenso con la natura e le altre specie...
Il tema del vivere insieme pone interrogativi complessi a cui rispondere con soluzioni radicali. La mutazione è ormai evidente. Non è il momento di guardarsi indietro. Se ci riuniamo su zoom, allora sarà ancora utile la stanza degli ospiti nelle case? E quali spazi resteranno vuoti o trasformeranno la loro funzione? Gli incontri si svolgeranno sempre più all’aperto e serviranno strutture in grado di accoglierci. Stiamo entrando in un’epoca di sfide. L’architettura ha frammentato le società, adesso dovrà rimettere insieme ciò che è stato spezzettato.
Fra i padiglioni della Biennale, ho apprezzato l’idea di quello egiziano (The Blessed Frangments, ndr). Presentava in maniera trasparente «il vivere insieme», le attività delle persone che si incontrano in strada, lo svolgersi della vita quotidiana, il venditore di pane, di verdure… Oltre a un rispecchiamento con la natura, i progettisti dovranno studiare materiali che permettano di far respirare la casa.
E se andassimo verso le «smart cities», cosa accadrebbe?
Sono proposte urbanistiche da considerare con cautela. Non siamo robot. I luoghi dell’abitare possono favorire il dialogo, lo scambio di idee. Il difetto principale è che nelle smart cities la tecnologia sovrasta l’essere umano. Nel passato, studiavamo le cartine e i segni del paesaggio. Ora c’è il satellitare e guidiamo obbedendo ai comandi, non «vediamo più». Il rischio è quello di perdere umanità, senza sguardo – anche fra di noi – non possiamo costruire città. Non è possibile vivere solo tramite schermi e computer. Per molti anni la paura di eventi imprevisti ci accompagnerà. E anche la velocità dei nostri viaggi e dei trasporti troverà un altro passo. La tecnologia facilita la vita, ma gli architetti da sempre prendono ispirazione dalla storia, da come i nostri nonni hanno trovato soluzioni naturali. Le nostre tradizioni meritano di essere trattate con i guanti.
Proiettandoci oltre i ripetuti lockdown, quale città possiamo immaginare?
Città tranquille, con strade che non siano serpenti che invadono tutto. Dove sia facile camminare in quartieri pedonalizzati. Nelle metropoli moderne si passeggia poco, e se accade – come è accaduto – che non si possono usare più le macchine? Diventiamo prigionieri? Solo camminando respiri, ti guardi intorno, incontri altri tuoi simili, conduci una esistenza a misura umana. Serve una «visione giusta», partendo dall’educazione a scuola e nelle università - in presenza. Altrimenti andiamo verso una fine difficile. Le scuole, infatti, necessitano di zone comuni. Renzo Piano lo ha capito: nel suo prototipo proposto a Sora, nel Lazio, il rapporto sociale è centrale, gli ambienti sono aperti ai genitori, la natura è presente con i suoi alberi, mentre mercati e spazi si dispiegano come se la scuola fosse una città in miniatura. Mi piacerebbe che gli architetti ragionassero con il cuore, non solo con il cervello.
Lei ha dedicato una sua pubblicazione al tema del turismo sostenibile. Qual è la sua idea?
Credo che il turismo di massa crei unicamente problemi e danni, molti luoghi bellissimi sono stati rovinati. Un turismo sostenibile è invece quello che stimola la possibilità di migliorare i paesi. Non è solo un fattore economico, ma valorizza siti importanti, tradizioni, edifici, elementi antichi, parchi: i patrimoni dell’umanità non sono una macchina per soldi. Il deserto del Wadi Run, in Giordania, ha vissuto uno sviluppo turistico sregolato che, per fortuna, si è arrestato. Bisogna pensare a una accoglienza con costruzioni reversibili e materiali a scomparsa. E attraverso il turismo permettere una vita migliore ai locali, così che il visitatore mangi da loro, assapori insieme a loro le abitudini del luogo.
Per Taobuk è stato progettato un luogo speciale per il libro tramite un concorso di architettura. Cosa si voleva trasmettere?
La pandemia ha ribadito il valore della partecipazione di tutti. Lavorando insieme si riesce a vivere in una società sana. In questo senso, è da promuovere il ritorno al libro. Per il festival, nella piazza di Taormina, si è creato un chiosco dei libri. La lettura è fondamentale proprio in quanto atto fisico. Le persone si avvicinano, parlano, vogliono un confronto. Taobuk ha lanciato un concorso di architettura per un piccolo spazio dove svolgere queste attività. Si va in piazza per respirare e per leggere. Anche ad Amman abbiamo un chiosco del genere, nel centro storico.

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