VISIONI

Ricchi e poveri nella valle degli dei, un apologo morale

Nelle sale «Valley of Gods» di Lech Majewski, tra miti antichi e moderni e critica alla società capitalista
SILVANA SILVESTRIpolonia

Se si vuole semplificare al massimo, Lech Majewski in Valley of Gods (Dolina Bogow) ha voluto raccontare la storia di uno scrittore tormentato dall’ansia di scrivere il grande romanzo americano e dall’imminente abbandono della moglie. Tutto quanto lo circonda è la materia pulsante della sua ispirazione, far incontrare la storia dell’uomo più ricco del mondo con le incredibili leggende degli indiano Navajo che vivono nella grande riserva dello Utah.
Dovrà solo superare la paura, paura di «volare» come di scrivere. Cresciuto alla scuola di Wojciech Has, Lech Majewski sa che non ci sono limiti alla fantasia, si è già espresso in forme lussureggianti (Il giardino delle delizie, I colori della passione, Onirica), qui il tema è l’avventura surreale come potrebbe essere la ricerca di un manoscritto, ma nascosto nella sua mente, da recuperare a forza. Dai grandi capolavori dell’arte europea Majewski si rivolge alla cultura dei nativi americani. Lo scrittore in crisi di ispirazione (Josh Hartnett) abbandona il lavoro di coywriter, percorre la Valley of Gods, strada sterrata non sottoposta al controllo degli indiani come la vicina e più famosa Monument Valley, ma ugualmente spettacolare nelle forme scolpite dall’erosione in 250 milioni di anni: un uomo microscopico posizionato al centro di una geometria da pianeta disabitato.
LA PUREZZA del paesaggio, si sa è destinato ad essere intaccato dal profitto, presto giacimenti di uranio arriveranno a trasformare il profilo delle rocce, tutta la zona è già stata venduta all’uomo più ricco del pianeta. Gli indiani non lo permetteranno, anche se l’alcol ha limitato in molti di loro la volontà di agire che non sia puro sfogo violento o una catatonia impenetrabile.
Compare incappucciato il plutocrate Wes Tauros (John Malkovich), fa finta di essere un barbone seduto per terra ma abita un castello simile a una impenetrabile Xanadu deserta e perennemente illuminata, sovraccarica di cimeli artistici. Facendo il barbone si crea un avatar nel mondo reale «come aveva fatto Howard Hughes quando lasciava il suo sosia a Hollywood e andava a curare il suo giardino in Martinica»
LA MENTE di Majewski (la fantasia del protagonista) moltiplica le visioni, le somma e moltiplica, aggiungendo elaboratissime e fugaci citazioni cinematografiche: il regista polacco trapiantato negli Usa, così come l’uomo contemporaneo multimediale pesca golosamente nell’iconografia del cinema, della storia e dei costumi, da Marienbad al western, da Ghostbuster a Fellini, dalla psicanalisi a Elvis. E sul binomio ricchezza e povertà tenta l’apologo morale tra la povertà dei ricchi (molti ne ha incontrati durante i sopralluoghi) imprigionati dal limite della capacità di acquisto e la ricchezza dei poveri indiani in perenne compagnia delle divinità del luogo. Diventa racconto simbolico della sconfitta del mondo moderno che ricerca energie alternative e perde l’energia spirituale.
Le feste sontuose non liberano dalla solitudine, trasformare una ragazza nella moglie non la riporta in vita, imprigionare gli ospiti tra le sbarre e facendoli diventare statue di pietra non cambia la situazione. Invece la nuda roccia degli deipuò partorire un neonato.
TRABOCCANTE di una fantasia a cui serve solo una Montblanc e alcuni fogli bianchi, con la preziosa collaborazione del direttore della fotografia Pawel Tibora, gli effetti digitali che tentano audaci verticalizzazioni e le musiche di Jan Kacmacek (altro artista polacco trapiantato con successo negli Usa).

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