VISIONI

Negli archivi del dolore: la guerra privata della casalinga Anna

Nelle sale «Stitches» di Miroslav Terzic, ispirato alla storia vera dei furti di bambini avvenuti in Serbia
SILVANA SILVESTRIserbia

Qualcuno in Europa sta rubando i bambini e non solo in Serbia: alla conferenza stampa di Berlino 2019 dove Savovi (Stitches, un legame privato) di Miroslav Terzic - arrivato in questi giorni nelle sale - è stato presentato e premiato nella sezione Panorama, si sono levate voci della stampa internazionale a confermarlo. Perché stiamo seguendo questa casalinga un po’ catatonica della periferia di Belgrado? Il dramma di Anna ben nascosto dentro di sé da diciotto anni è la certezza che suo figlio dichiarato morto al momento del parto sia ancora vivo e dato in adozione, un traffico vantaggioso che coinvolge parecchi elementi della società, un muro contro il quale è difficile battersi.
CON UN APPUNTAMENTO scandito (come le madres della Plaza de Mayo alla ricerca dei figli), ma in maniera individuale, lei si fa trovare tutti i giorni, nelle sale d’aspetto del comune, della polizia, del reparto maternità, alle associazioni genitori di figli scomparsi: o semplicemente seduta in silenzio o con precise richieste sempre uguali a infermiere, medici e poliziotti e documenti da confrontare o da ritrovare dopo tanto tempo. La sua famiglia è messa in secondo piano, il marito la supplica di smetterla con quella ricerca, la figlia adolescente le serba rancore per averla quasi messa da parte. Già altre volte ha rischiato di essere ricoverata in manicomio, minacciata di arresto, ma la sua forza irresistibile è la sua convinzione del rapimento. L’incredibile interpretazione di Snezana Bogdanovic, rende palpitante il film con la sua espressione e postura da soldato di una guerra privata, con il suo continuo percorso silenzioso da una istituzione all’altra e ci fa entrare in contatto con i gangli delle istituzioni della Belgrado contemporanea e con la completa mancanza di empatia nelle persone con cui la donna viene a contatto. Il suo sguardo fisso a un obiettivo, cambia impercettibilmente per disappunto o speranza o ira. E poi la situazione cambia inaspettatamente, ma non ne parleremo, diremo solo che potrebbe ricordare riferimenti biblici o anche brechtiani.
Il film è ispirato alla storia vera dei furti dei bambini in Serbia, 500 casi non risolti e in particolare al caso di Drinka Radonijc che da venti anni cerca di risolvere il suo caso personale. La protagonista ha raccontato di averla seguita per qualche mese e che il suo sguardo è molto più duro del suo «la sua espressione non rivela il suo dolore, la sua forza è non arrendersi». Il ritmo è esattamente come in quei polizieschi dove le indagini sembrano di impossibile soluzione e il pubblico comincia freneticamente a immaginare il finale. Qui il silenzio, la mancanza di risposte, il tempo di attesa sono riempiti da problematiche anche se non da veri e propri atti di accusa: si tratta di fatti avvenuti in un’altra epoca, in un altro sistema, ma certo resta evidente la responsabilità di quello attuale.
IN QUESTA COSTRUZIONE il regista è un esperto (esordi nello staff tecnico di Underground di Kusturica) con i suoi film in cui le indagini sono centrali, come Stanicka Ulica (2012) dove un giovane procuratore incaricato delle indagini dei crimini della guerra finita da tempo, indaga sulla formazione di un gruppo paramilitare o come nella serie televisiva Taikun un’indagine privata sull’assassinio di un magnate.
Intorno al regista ha lavorato tutto uno staff femminile, oltre alla sceneggiatrice in tutti gli altri reparti tecnici e artistici, dalla scenografia alla musica alla produzione, compreso il gruppo di attrici non protagoniste ed ha una forte componente femmminile anche la svolta decisiva del racconto che mostra audacia, riserbo e tenerezza al tempo stesso. Snezana Bogdanovic, famosa soprattutto come attrice teatrale di grandi classici, più volte candidata e premiata come migliore attrice europea, ha sempre assunto una posizione di protesta («per lo più isolata») fin da quando aveva lasciato il paese poco prima della guerra, con la famiglia divisa tra Belgrado e il Kosovo, ha preso posizione sulla libertà di stampa.
HA INTERPRETATO l’ultimo film jugoslavo e serie tv sul poeta Aleksa Santic, un inno alla fratellanza e da una decina di anni si è definitivamente trasferita negli Usa prendendo parte a film e serie tv, tornando a girare a Sarajevo nel 2019 Sin (Il Figlio) di Ines Tanovic su un difficile caso di adozione.

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