VISIONI

Fabiana Iacozzilli, le marionetteraccontano la mia infanzia

Con il suo docupuppets «La classe» riapre oggi il Teatro India di Roma
LUCREZIA ERCOLANIITALIA/ROMA

Il Teatro India di Roma riparte da La classe, un «docupuppets» scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli. Da stasera fino a domenica andranno in scena i compagni delle scuole elementari della regista-drammaturga romana sotto forma di marionette manovrate da Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti. Nello spettacolo l’io adulto e quello bambino si confrontano nel ridare vita ad un passato di violenza e repressione, in quell’istituto di suore rimasto indelebile nella mente degli scolari. Le voci sono quelle dei veri ex compagni di classe di Iacozzilli, riportati per l’occasione a ricordare gli avvenimenti e le punizioni ad opera della rigida maestra Suor Lidia. Una rielaborazione collettiva del trauma dove si fa strada anche il tema della vocazione.
SONO le figure che ci hanno causato più dolore, nella loro lontana vicinanza, a determinare maggiormente chi siamo? Questi ed altri interrogativi appartengono al teatro «senza schermi» di Fabiana Iacozzilli, secondo le sue parole: «C’è una grande esposizione perché parlo di questioni che hanno a che fare con la mia intimità, spero fortemente però che quel tormento, quel cruccio risuonino anche negli altri». In attesa di vedere Una cosa enorme - spettacolo sulla difficoltà di diventare madre andato in scena all’ultima Biennale Teatro e poi bloccato dalle chiusure - La classe, già vincitore del premio ANCT e dell’Ubu per il suono di Hubert Westkemper, è tra i primi a riportarci finalmente a teatro.
Che rapporto hai con le marionette di «La classe»?
Ho finalmente interagito con le marionette la scorsa settimana dopo più di un anno. Mi sono resa conto che in questo tempo avevano subito una piccola evoluzione, essendo rimaste inutilizzate presentano delle fragilità che credo andranno ad arricchire i personaggi. Si sono modificate, come noi del resto! Questo spettacolo è il primo con il quale mi sono addentrata nel teatro di figura, le marionette sono state costruite da Fiammetta Mandich partendo dalle fotografie dei miei compagni di classe, c’è quindi anche il suo punto di vista nei manufatti. In questo momento con l’Onlus Asinitas sto svolgendo un laboratorio con il quale sono tornata al teatro di figura, stavolta però con sedici ragazzi e ragazze, migranti e italiani non professionisti. Insieme costruiamo le marionette per lavorare sul tema degli antenati e mi sono resa conto di quanto è diversa la relazione tra il manipolatore e l’oggetto nel momento in cui quest’ultimo è di sua creazione.
Intervistando i tuoi ex compagni è stato difficile ritrovare le voci di quelle bambine e quei bambini?
Per me il processo era già in atto ed è stato più semplice, avendo deciso di mettere in forma quelle memorie. Per i miei compagni e compagne invece è stato complesso, infatti alcuni non hanno accettato di fare l’intervista perché volevano lasciare sommerso quel periodo. Con chi ha partecipato è stato molto potente, perché nella mia immaginazione quelle persone erano rimaste ferme alla loro età infantile, invece mi sono ritrovata davanti degli esseri umani nuovi di cui non sapevo più nulla. Però quando ho visto una delle repliche seduta vicino a una mia ex compagna, nel nostro contatto ho sentito che gli anni non erano passati, in qualche modo i nostri corpi si riconoscevano ancora.
Riconosci alla terribile figura di Suor Lidia un grande merito, quello di aver intuito quale potesse essere la tua professione.
Non so se lei ha capito qualcosa di me oppure se ha scelto al mio posto, è una domanda che rimane aperta. La rappresentazione si fa universale nel momento in cui gli spettatori sono portati a chiedersi se ci sono state delle figure simili nelle loro vite, decisive per la strada che hanno poi intrapreso.
Che emozioni provi per il ritorno in scena dopo questa lunga chiusura dei teatri?
Ci sono diversi nodi da sciogliere, la riapertura è stata troppo improvvisa, non sappiamo fino a quando durerà e purtroppo coinvolgerà solo una piccola parte delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, motivo per cui è necessario un reddito di continuità. Inoltre, la ripartenza non è per tutti gli spazi. Ci sono piccole realtà senza finanziamenti pubblici che non possono riaprire e che proponevano attività preziose per i cittadini ma anche per noi formatori. Quindi c’è l’emozione di ritornare in scena ma ci sono anche molti interrogativi aperti.

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