CULTURA

«How will we live together», dal 22 maggio in presenza

BIENNALE ARCHITETTURA
ARIANNA DI GENOVAITALIA/venezia

Innanzitutto, la notizia: la 17/a Biennale di architettura sarà in presenza, dal 22 maggio al 21 novembre, con ingressi contingentati e nel rispetto delle misure di sicurezza , come hanno insegnato già la Mostra del cinema e la rassegna teatrale. Il tema, rimasto cristallizzato per un anno - How will we live together? - non è mutato e anzi, nell’emergenza sanitaria, ha assunto un alone profetico, con una sfumatura quasi ironica dato l’isolamento che stiamo vivendo, sottolinea il curatore Hashim Sarkis (Beirut 1964, formazione tra Rhode Island e Harvard, studio professionale con sedi a Beirut e New York). «Più che una coincidenza, credo che molte delle ragioni che inizialmente ci hanno convinti a porre questa domanda – l’intensificarsi della crisi climatica, i massicci spostamenti di popolazione, le instabilità politiche planetarie, le crescenti disuguaglianze razziali, sociali ed economiche – sono le stesse che ci hanno fatto precipitare nella pandemia. E sono oggi ancora più rilevanti».
LA QUESTIONE È ANTICA, viene da Aristotele che si interrogava sul senso della città e dell’abitare, attraversa le Rivoluzioni e la ereditiamo puntando sul futuro e le nuove generazioni.
L’anno di stop è comunque stato proficuo: la Mostra di architettura è andata nella direzione auspicata già dal presidente Paolo Baratta e ora da Roberto Cicutto, cioè quella di trasformarsi in un centro vivo delle arti contemporanee in grado di superare i limiti temporali degli eventi (creando esposizioni diluite, in un sistema misto con l’online per allargare la platea) e le stantie separazioni delle discipline per aprirsi come archivio del mondo, interpretando i segni cangianti delle mappe geopolitiche e, naturalmente, dell’immaginario. In fondo, la mostra Muse inquiete rappresentava già la Biennale come un luogo poliedrico di grandi invenzioni e di diplomazia internazionale.
È accaduto così, racconta Sarkis, che la rassegna ha perso il suo connotato principe di «evento» per diventare «processo». Il programma che la caratterizza ha un calendario espanso «che amplia ciò che verrà presentato tra Giardini e Arsenale. Si è continuato a elaborare ulteriormente i singoli progetti per accedere a una dimensione più collettiva dove tutti i curatori dei padiglioni proseguono la mostra con interventi su piattaforme, social, workshop». Il desiderio sotteso è quello di cercare di «stipulare un nuovo contratto spaziale», facendo ricorso al mix di linguaggi che caratterizza il terzo millennio.
SESSANTATRÉ saranno i paesi ospiti, con quattro new entry - Iraq, Grenada, Azerbaigian e Uzbekistan, l’Italia sarà timonata da Alessandro Melis - e un Leone d’oro che, dopo quello dell’anno scorso andato a Vittorio Gregotti, nel 2021 lascia «ruggire» la visionarietà sociale di un’architetta come Lina Bo Bardi. È lei per Sarkis a incarnare quella figura di combattente in epoche difficili di guerre e migrazioni, con il potere di riconnettere la dispersione urbana con idee collettive.
Sette saranno invece le aree di riflessione, spingendo sulla contaminazione con la danza (corpo e spazio immaginati come due «indicatori di benessere» se buoni conviventi), su progetti speciali - anche di artisti come Michal Rovner, Giuseppe Penone, Olafur Eliasson -, sulla collaborazione con il Victoria&Albert Museum di Londra intorno a tre moschee britanniche e alle loro conversioni e comunità di riferimento, in un periodo di islamofobia accentuata.

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