CULTURA

Una passeggiatatra gli squinternati

«Repertorio dei matti della letteratura russa» di Paolo Nori, per Salani
MARIA TERESA CARBONEITALIA/russia

Tra gli scrittori italiani contemporanei Paolo Nori è il più stakanovista. Dal 1999, anno di uscita dei suoi primi due libri (Le cose non sono le cose per Fernandel e Bassotuba non c’è per DeriveApprodi), è perfino difficile contare i testi in cui, in un modo o nell’altro, ha messo le mani. Attualmente Wikipedia gli attribuisce 44 romanzi (etichetta ampia ma appropriata, se accettiamo che il romanzo oggi sia, come ha sintetizzato Guido Mazzoni, «il genere in cui si può raccontare qualsiasi storia in qualsiasi modo»).
A questi vanno sommate le traduzioni (dieci, se abbiamo calcolato bene) e i libri che portano la dicitura «a cura di Paolo Nori» – come minimo una dozzina. In media, fanno più di tre libri l’anno, senza contare i post quotidiani sul sito paolonori.it e gli articoli che Nori pubblica su diversi giornali. Insomma, è uno scrittore che fa sul serio il suo mestiere: scrivere. E lo fa pure quando il suo nome compare in copertina non come autore, ma come traduttore o curatore.
PRENDIAMO il suo ultimo libro (ultimo, se intanto, mentre eravamo distratti, non ne è uscito un altro): Repertorio dei matti della letteratura russa. Autori personaggi e storie (Salani, pp. 317, euro 16,90). In copertina sta appunto scritto «a cura di Paolo Nori». E dentro, a pagina 285, si spiega che il libro è il prodotto di due seminari ai quali hanno partecipato «52 persone… più uno che è stato sia qua sia là e che fa 53». E si spiega anche che ciascuno di questi individui «si è preso l’impegno di leggere (o rileggere) almeno quattro romanzi russi, o saggi, o biografie che parlano di letterati o di letteratura russa, e di tirarne fuori i personaggi strampalati».
Per Nori è un metodo collaudato: sono già usciti dieci o dodici libri curati da lui dove, prendendo a modello il Repertorio dei pazzi della città di Palermo di Roberto Alajmo, sono state raccolte le storie dei personaggi bizzarri che girano per le strade di altrettante città italiane – quelle figure che tutti, nel posto dove abitiamo, sapremmo riconoscere e che, dice Nori, «è come se lampeggiassero».
RISPETTO AI TITOLI precedenti, la differenza è che stavolta il territorio di perlustrazione non è Cagliari o Genova o Lucera, ma la letteratura russa. Ed è tra le pagine di opere celeberrime, da Guerra e pace ai Fratelli Karamazov, ma pure di testi più laterali (per esempio Mosca e i moscoviti di Vladimir Giljarovskij o Il mandato di Nikolaj Erdman), che ognuno dei partecipanti ai seminari «ha scelto i matti che gli piacevano di più, li ha raccontati». «Alla fine – sta scritto ancora a pagina 285 – abbiam scelto quelli che ci sono sembrati i più convincenti, li abbiam montati, e il libro è qui». E allora si capisce – se non si era capito prima – che quell’uno che stava da tutt’e due le parti è Nori, e che questo lavoro di scelta e di montaggio lo ha fatto principalmente lui, sia pure d’accordo con gli altri 52 di cui sarebbe lungo riportare qui il nome ma che nel libro sono elencati uno per uno. Lo si capisce perché c’è quell’abbiam, forma verbale tronca che se Nori fosse una fabbrica, sarebbe il suo marchio. Ma lo ha pure confermato lui in un’intervista, dove ha spiegato che gli piacciono «i romanzi che si leggono dall’inizio alla fine» e che quindi ha montato come «in una specie di trama» i suoi matti, che sono 848, dal primo all’ultimo, «all’inizio i più comici, alla fine i più sentimentali».
CERTO, UN MODO di procedere attraverso le 317 pagine del libro è questo: immaginare che tutti i personaggi, pur così diversi tra loro, si muovano all’interno di un unico intreccio, cioè la letteratura russa come la vede Nori – una entità in qualche modo coesa, che comincia con Puškin negli anni Venti del diciannovesimo secolo e si chiude nel 1991, quando finisce l’Unione Sovietica e i libri russi non sono più qualcosa che, «se sei proprio fortunato, magari ti fa anche molto male», ma assomigliano a tutti gli altri libri, francesi o inglesi o italiani.
DI SISTEMI PER LEGGERE questo Repertorio, però, ce ne sono almeno altri due. C’è il modo enigmistico, che consiste nel cercare di riconoscere il personaggio o l’autore di cui si sta parlando. A volte è facile («Uno, che era andato da una vecchia usuraia, vedendo che la stanza era tutta illuminata dai bagliori del tramonto, aveva pensato: Anche allora dunque il sole splenderà così. E pensava al giorno in cui sarebbe tornato per ucciderla con un’ascia», matto 412). Più spesso è difficile, perché molti libri da cui sono pescati i matti sono meno noti in Italia di quanto meriterebbero («Uno non aveva una testa ma piuttosto una casa di tolleranza da quanto posto trovava per capire gli altri», matto 304, e qui la fonte è lo straordinario, superalcolico Mosca-Petuški, romanzo di Venedikt Erofeev, amatissimo da Nori che lo ha pure tradotto per Quodlibet).
E in alcuni casi è proprio impossibile, quando – tra uno squinternato letterario e l’altro – spuntano le storie del coro dei lettori: «Uno era di Parma e era contentissimo che nel capitolo X della prima parte di Anna Karenina si dice che il formaggio preferito del fratello di Anna, Stepan Arkàdic Oblonskij, detto Stiva, è il Parmigiano reggiano», matto 766).
MA IL METODO FORSE più appassionante per farsi strada in questo groviglio di figure e di storie che vanno avanti e indietro nel tempo, talvolta si ripetono con parole diverse oppure vengono raccontate per intero, ma a frammenti, è rendere omaggio al concetto stesso di repertorio, vale a dire – facendoci aiutare dal dizionario – un «registro, quaderno, volume in cui sono scritti o stampati dati ed elementi varî, nomi, notizie e indicazioni, disposti in modo tale (per ordine alfabetico, o cronologico, ecc.) che si possano facilmente ritrovare». Grazie ai riferimenti numerici che da ogni storia rinviano alla bibliografia finale (in rigoroso elenco cronologico per data di pubblicazione) sarà quindi possibile procedere a zigzag dentro il libro, andando alla scoperta – oltre che di matti – di testi e autori sconosciuti, da inseguire anche fuori da queste pagine per poi rientrarvi dopo avere afferrato un nuovo filo di ricerca – usare insomma il Repertorio dei matti della letteratura russa come il seguito di un precedente libro di Nori, I russi sono matti (Utet 2019), «corso sintetico di letteratura russa» dove nelle prime pagine, per il tramite del celebre linguista Roman Jakobson, viene evocato un aforisma di «un grande poeta russo mai esistito, Koz’ma Prutkov: ‘Nessuno abbraccia l’inabbracciabile’».
ECCO, TUTTI I LIBRI di Nori, che li abbia scritti, tradotti, curati o messi insieme, hanno in comune lo stupore verso quello che non si può abbracciare, che è più grande di noi, che ci tramortisce e ci trasforma – un’impresa quasi eroica, la sua, o se si preferisce, inabbracciabile.
(Per finire c’è una cosa che forse Nori non ha notato, ma che è bella, o comunque adatta a un Repertorio dei matti: scendendo giù – scrollando, come si dice adesso – nella pagina del sito di Salani dedicata al libro, c’è lo spazio «Dello stesso autore», che è una specie di «consigli per gli acquisti», del tipo «se hai letto questo libro, ti piacerà anche questo». E i titoli elencati, la prima volta che ho visto questa pagina, sono stati La fattoria, Il mio primo libro da colorare di Baby Shark e Magico Natale da colorare. E la seconda invece c’erano Storie della buonanotte da 5 minuti. Fiabe incantate. E lì per lì, leggendo questi titoli, ho pensato: «Però, che strani libri che fa Nori adesso, va bene che scrive tantissimo, ma tra un po’ si metterà a inventare l’elenco del telefono, anche se l’elenco del telefono non esiste più». E poi ho capito cosa è successo, che il Repertorio dei matti della letteratura russa è catalogato come di «autori vari», AA.VV., e così è finito con La fattoria e Magico Natale. E chissà, magari non è una cattiva idea passare da Gogol’ a Baby Shark).

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