VISIONI

«Queer Dada», un esperimento virtuale per fuggire dalla schiavitù delle piattaforme

DONATELLA DELLA RATTA RACCONTA L’EVENTO, OGGI ALLE 18
LUCREZIA ERCOLANIUSA

Trasferire le conferenze online non è un atto indolore, per sfidare la piattezza del digitale bisogna inventare gesti che forzino i limiti delle piattaforme. È questa la sfida del Dipartimento di Comunicazione dell’Università John Cabot, che nell’ambito della serie di talk Digital Delights and Disturbances propone questa sera alle ore 18 l’evento «Queer Dada», visibile in streaming sul canale YouTube dell’ateneo americano.
Sarà una maratona di letture di scrittrici e scrittori queer e trans, che prenderanno la parola attraverso i circuiti di un automa. Anche la musica farà parte dell’esperimento grazie a System Hardware Abnormal, progetto del musicista underground Stefano Di Trapani. «La schiavitù alle piattaforme è estetica, formale, politica ed economica. Volevamo proporre una via di fuga» ci ha raccontato Donatella Della Ratta, docente dell’università tra i curatori dell’iniziativa. Le autrici e gli autori coinvolti sono Raphael Amahl Khoury, drammaturgo giordano, Drew Pham, insegnante e poetessa antimilitarista con un passato da soldato in Afghanistan, Natalia Borges Polasso, scrittrice brasiliana lesbica, Simon(e) Van Sarloos, olandese nota per il testo Playing Monogamy, Allison Grimaldi-Dohanue, docente alla John Cabot, traduttrice e poetessa. Anche il club di studenti e studentesse Queer Alliance proporrà un intervento artistico.
«Queer Dada» nasce in seguito alla riflessione sui limiti delle piattaforme, resa ancora più urgente dalla pandemia. Che tipo di esperimento sarà?
In questa serie di appuntamenti proponiamo una riflessione critica sulla piattaformizzazione della vita. Ci chiediamo come controbilanciare lo spazio preso dalle grandi aziende del digitale come Amazon, Google e via dicendo, ormai pervasivo in ogni attività che svogliamo. «Queer Dada» è un’ode alla creatività queer, che per definizione significa sfuggire al binarismo dei generi e, perché no, anche del digitale. Proporre una sorta di performatività, anche se in uno spazio vuoto, ci sembrava importante in contrapposizione alla piattezza di Zoom con la sua gallery view. Ci aiuterà il robot Comm.e, che abbiamo acquisito quando abbiamo ospitato la conferenza del Ministro del Digitale di Taiwan Audrey Tang, anche lei queer e trans. Durante il suo intervento manipolava il robottino a distanza, operazione che in Queer Dada faranno le scrittrici e gli scrittori invitati leggendo le proprie opere da dove si trovano, dal Brasile alla Giordania agli Stati Uniti. L’unico essere umano a far compagnia a Comm.e nell’aula magna della John Cabot sarà il musicista System Hardware Abnormal, che suonerà durante le performance.
Tristezza, ansia e stanchezza sono reazioni molto comuni all’utilizzo delle piattaforme. Queste sensazioni negative saranno un motore per una relazione diversa con il digitale?
Nel prossimo appuntamento il 15 aprile ragioneremo proprio sulla «Zoom fatigue», ovvero sul perché siamo tutti così spossati dopo poche ore trascorse in videoconferenza. Lo faremo ospitando Geert Lovink, Gabriella Coleman e Shannon Mattern. Rifletteremo anche sulla Dad, visto che queste piattaforme vogliono incanalare processi creativi come l’insegnamento e l’apprendimento dentro le regole stabilite dall’interfaccia. Spero che quest’anno di costrizione in casa e sugli schermi ci abbia fatto capire che la fisicità non può essere facilmente rimpiazzata dalla rete. Lovink ha scritto il bellissimo libro Sad by Design nel quale propone di leggere le sensazioni negative come istigate dalla piattaforma stessa, sulla base di come è stata progettata. L’ansia del like, ad esempio, spinge alla competizione e non certo alla socialità, è un meccanismo profondamente neoliberale per passare più tempo su quei sistemi e produrre dati, fonte di business.

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