CULTURA

Cronache attendibili di contagiose magie

Intervista alla scrittrice in libreria con «Sortilegi», edito da Bompiani
ARIANNA DI GENOVAITALIA

La passione per la storia e le sue «dimenticanze» non ha mai tradito Bianca Pitzorno, grande frequentatrice di archivi e instancabile lettrice di documenti poco conosciuti. Una passione rimasta vivida negli anni, su cui non si è deposto un granello di polvere e che la convinse, già nel 1984, a scrivere la biografia di Eleonora d’Arborea: era lei la rarissima giudice del Trecento che aveva redatto un codice di leggi di eclatante modernità per la condizione delle donne nella sua epoca.
Pitzorno, nata a Sassari nel 1942 ma trasferitasi a Milano (dove vive e lavora) è una scrittrice che ha avuto molte vite. Come autrice per l’infanzia, prima di approdare unicamente alla letteratura per adulti, ha regalato personaggi indimenticabili a intere generazioni (di figli e genitori) e i suoi libri oggi sono considerati alla stregua dei classici. Ha poi lavorato in Rai, ha tradotto molti testi, si è impegnata in altrettanti saggi ed è stata anche - per un breve lasso di tempo - archeologa. Da qui, forse, deriva la sua abitudine come narratrice di scavare tra i frammenti e reperti della storia, procedendo nello stesso modo anche quando i fatti sono di pura invenzione. Dopo i suoi ultimi romanzi, La vita sessuale dei nostri antenati e Il sogno della macchina da cucire, Pitzorno approda al 2021 con una raccolta di racconti (tre) e una galleria potente di ritratti femminili che intrecciano molti fili in un telaio quasi matriarcale ma soprattutto imbevuto di selvatico (e quindi non ammansito) immaginario. In Sortilegi, edito da Bompiani (pp. 144, euro 15) aleggiano indocili bellezze, maledizioni, amori e ricordi che imbizzarriscono come i cavalli. E nel primo racconto - il più lungo - una bambina diventa donna autonoma nella solitudine estrema di un mondo falcidiato dalla peste. Ma la sua libertà avrà un gusto amarissimo.
Nel suo libro, Caterina è per tutti «la strega di Vallebuja», vittima di una narrazione tossica infarcita di paure e superstizioni. È come se dal ’600 a oggi non fossero passati così tanti secoli, solo che adesso a veicolare quelle «distorsioni» sono i media e non più le dicerie, il passaparola... Forse la pandemia ha azzerato i confini temporali?
Probabilmente tutti i tempi di crisi si somigliano. Quando si presentano difficoltà che la società non è in grado di superare, gli uomini sentono il bisogno di cercare un capro espiatorio, qualcuno a cui dare la colpa, e la irrazionalità trionfa. Ne ha scritto magistralmente Alessandro Manzoni in Storia della colonna infame. Non fa molta differenza il «medium» attraverso cui sono veicolate queste storie. Al tempo di Caterina, quello della peste di metà Seicento, tutti credevano alla streghe. Ci credeva la maggiore autorità del mondo occidentale, la Chiesa, che ne aveva istituzionalizzato la ricerca (e lo sterminio), insieme a quella degli eretici, con la Santa Inquisizione. Come pensare che non ci credessero le donnette e i popolani di paese? Le prediche settimanali erano molto più potenti dei social per un «gregge» analfabeta. Pensiamo soltanto al processo a Giovanna d’Arco, di cui si possono leggere i verbali completi. Il confine tra l’essere eretica e/o strega era sottilissimo.
Nonostante il suo eremitaggio, la ragazza forastica e schiva al centro del più corposo racconto di «Sortilegi» vive una sua felice indipendenza. È ignara del mondo, in una casa abbandonata dopo il passaggio mortifero della peste, prendendosi cura di sé, in sintonia sapiente con la Natura. Cosa c’è di vero (o verosimile) in questo modo di essere? E torna in lei qualche ricordo di Bianca Pitzorno bambina?
Il mio è un libro di invenzione, quindi non c’è niente di vero. È però verosimile che una bambina di campagna che fino ai cinque anni è vissuta in famiglia e ha imparato - guardando la madre e le altre donne di casa - a curare gli animali, a fare uso delle piante coltivate e selvatiche, continui a farlo anche quando rimane sola. La piccola Cate non è finita su uno scoglio deserto, ma vive in un casale, fornito degli oggetti necessari, di mobili e di vestiti, con animali domestici, attorniata da alberi da frutto piantati dal padre e dai nonni. Gli unici lavori che non può fare sono quelli pesanti, come arare e seminare. La sola cosa che le manca è la compagnia degli uomini.
Non alberga in lei nessun ricordo della mia infanzia. Sono stata una bambina di città, una ragazzina borghese figlia di medici, avvocati, professori universitari. Casa nostra era piena di libri, non di caprette e pettirossi. Soltanto nell’ultimo periodo di guerra siamo dovuti «sfollare» in campagna per sfuggire ai bombardamenti e risalgono a quel tempo eccezionale – come credo per tutti i cittadini borghesi d’Italia – le spedizioni in campagna alla ricerca di erbe commestibili. Mia madre le conosceva probabilmente perché suo nonno, emigrato in Sardegna dal biellese, in Piemonte era stato a secondo delle stagioni, piccapietre e contadino, ma questo apparteneva alle leggende familiari, non alla nostra esperienza quotidiana.
Il libro deve molto alla sua terra, una germinale fonte cui attingere. Cosa è presente delle sue radici nelle storie che qui narra - come i profumi dei biscotti nati da antiche ricette che devono legare a sé gli emigrati, in una siderale Argentina?
Il primo racconto, quello più lungo e più importante, è ambientato in Toscana. Ho attinto ai miei studi, soprattutto alla vita e alle disavventure di Galileo Galilei, contemporaneo di Cate. Galileo e Caterina sono due «diversi», ai quali non è consentito dissentire dalla mentalità generale. La mia maggiore ispiratrice è stata suor Maria Celeste Galilei, o meglio le lettere che scriveva al padre dal convento, un vero gioiello letterario e una fonte preziosa di informazioni sulla vita quotidiana e su quello che allora veniva chiamato «il male contagioso».
Per i due racconti minori, più che le mie «radici», hanno influito i miei studi adulti di storia medioevale, di archivistica e di antropologia, quando già vivevo a Milano (ho studiato all’Università con Ernesto de Martino). Per il racconto sul profumo dei biscotti le dirò che, più della Sardegna, mi ha ispirato il realismo magico di Gabriel Garcia Márquez.
La lingua ha una intensa capacità trasformatrice, si può dire che è l’incantesimo primo, quello da cui tutto origina… Come si è accostata all’italiano del Seicento e come lo ha restituito nella sua scrittura?
Ho letto nel corso degli anni una grande quantità di testi scritti nel Seicento, cronache e invenzioni letterarie, tanto che mi è venuto spontaneo usare quella lingua per il primo racconto. Saprei anche imbastire una conversazione estemporanea in quella lingua, se me lo chiedessero. D’altronde, sono convinta che la lingua con cui si scrive debba essere adeguata al tema. In un romanzo storico, il narratore può prendere le distanze, ma in una cronaca deve tenere conto sia della lingua che della mentalità dei tempi di cui racconta.
Come nel precedente romanzo, «Il sogno della macchina da cucire», anche qui la pratica femminile di imbastire insieme stoffe e vicende esistenziali riappare in forma di tovaglia nuziale con un ricamo «maledetto». Può dirci di più al riguardo?
Il cucito trasforma una materia «piatta», unidimensionale, la stoffa, in qualcosa a tutto tondo, con profondità e chiaroscuri. Allo stesso modo lo scrittore parte da una «materia piatta e informe», quale è il vocabolario, per cucire una storia complessa e articolata, profonda e contraddittoria, piena di chiaroscuri.
Caterina, Vittoria e Remedia nascono da una cronaca mischiata alla fantasia: cosa hanno in comune queste figure che, con il loro agire o anche il solo affacciarsi alla ribalta, modificano la realtà?
Sono tutte e tre povere, umili e solidali. E modificano la realtà a propria insaputa. L’unica che vuole modificarla deliberatamente, con la magia nera della tovaglietta, è la donna ricca e potente, portatrice di valori maschili, patriarcali e violenti, alla quale deliberatamente non ho dato un nome proprio, ma quello generico del suo status sociale: la Signora della Domo Manna.
La letteratura probabilmente non ci salverà ma è, appunto, un potentissimo «sortilegio». Lei a quali letture si è affidata in questo ultimo, difficile anno?
Ho riletto moltissimi classici, Da La Montagna magica di Mann a tutta la Recherche di Proust, a Paradiso di Lezana Lima a Sonata a Kreutzer di Tolstoj. Ho letto anche numerosi polizieschi per rilassarmi. Nessun instant book che parlasse della pandemia o del virus.

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