CULTURA

Addio a Jacopo Gardella, tra ricerca e riserbo

ARCHITETTURA
DANIELE VITALEITALIA

Quella dei Gardella è una saga familiare che ha inizio nella Genova neoclassica di primo Ottocento, prosegue per Alessandria, si sposta a Milano e a Venezia, e di generazione in generazione arriva sino a noi.
A 85 anni è morto, il 25 febbraio scorso, Jacopo Gardella. Era figlio di Ignazio (1905 - 1999), una delle figure più importanti dell’architettura italiana, tra il razionalismo originale d’anteguerra e il revisionismo successivo. Era stato con Albini tra i pochi a raccogliere non il discorso duro e intransigente di Giuseppe Pagano, ma l’eredità critica e la decantazione formale di Edoardo Persico.
JACOPO ha sempre lavorato con il padre, partecipando ad alcuni dei progetti più importanti dello studio, come la stazione di Lambrate a Milano o l’edificio per la Bocconi, ma agendo con un punto di vista proprio e opere sue. Tra le tante e le migliori, la casa Gabardini a Laveno, affacciata al lago (1988). Alcuni dettagli e alcuni temi formali ritornano con insistenza e autonomia, come quello comune a Ignazio della scala, con la sagomatura di gradini e bordi, il gioco degli incastri, la libertà dei corrimano. Ha continuato nella sottigliezza e nell’eterodossia della ricerca sulle forme. L’immagine urbana era antecedente, ma procedeva a lato della composizione interna all’edificio.
Jacopo ha svolto con continuità il lavoro di insegnante. È stato assistente di Aldo Rossi e da lui ha appreso la conoscenza e l’attenzione alla città. Lo è stato di Pier Giacomo Castiglioni e da lui ha appreso a pensare gli oggetti come un universo sospeso, colmo di forme trovate ed inventate. Ha insegnato soprattutto interni. Un lampadario del 2003 riprende le sottigliezze dei fratelli Castiglioni. La poltrona Edo del 2018 gioca poeticamente con le superfici ricurve in legno.
È STATA UNA LEZIONE di riserbo, la loro, accomunati in questo da un atteggiamento condiviso. Ignazio ha vissuto il successo in modo non declamato e silenzioso. Jacopo ha praticato la professione come un impegno civile e di cultura. L’etica si accompagnava al mestiere, ma non gli comandava dall’esterno. Ha scritto su quotidiani e giornali online, polemizzando sulle questioni e le degenerazioni urbane. L’architettura, nell’ultimo periodo storico, ha sbandato in modo incontrollato e senza dignità sotto il gravame di interessi forti. Con questa condizione Jacopo si scontrava, ed è con le opere un messaggio che ci lascia.

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