VISIONI

I dati come strumento dei «custodi dell’acqua»

Nato dalla collaborazione fra studenti, attivisti, ricercatori e artisti, per ripensare i rituali del «Nuovo Abitare»
LUCREZIA ERCOLANIitalia/palermo

Udàtinos in greco antico significa acquatico, consistente di acqua. Come titolo di un progetto degli artisti e ricercatori Salvatore Iaconesi e Oriana Persico però, la presenza al suo interno della parola «dati» assume tutto un altro significato. Sta lì ad indicare il perno di una ricerca quasi ventennale, il fulcro di un’interrogazione costante che vede come altri elementi principali l’arte e la società. È in questa triangolazione che la coppia, con il loro centro di ricerca Her - She Loves Data, ha fornito risposte all’altezza dei nostri tempi puntando ad una riappropriazione del digitale attraverso azioni creative, per innalzare la soglia della consapevolezza riguardo alla corrente gestione dei dati e per promuoverne un’altra, diffusa ed etica.
Un’attività che, a dispetto di quanto si potrebbe pensare, è fatta innanzitutto di persone in carne ed ossa come quelle che da qualche mese si stanno incontrando sulle sponde del fiume Oreto a Palermo. Sono i «custodi dell’acqua», ovvero i partecipanti al progetto U-DATInos di cui fanno parte studenti dell’Accademia di Belle Arti del capoluogo siciliano, attivisti di associazioni locali come il Comitato Promotore Contratto di Fiume e di Costa Oreto, ricercatori universitari. Lo scopo dell’operazione è di raccogliere dati sullo stato di salute del corso d’acqua, minacciato dall’inquinamento e dal degrado, che verranno poi elaborati per fare parte di un’istallazione artistica all’interno dell’Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva, situato alla foce del fiume e partner dell’iniziativa. I custodi, armati di sensori, hanno dimostrato un coinvolgimento inaspettato, mettendo in campo strategie collettive impreviste per incrementare il monitoraggio. Come ha raccontato Iaconesi: «Entrare in contatto con i dati significa qui entrare in contatto con il fiume, dandogli la possibilità di esprimersi. Per farlo però bisogna immergersi e bagnarsi, conquistare nuove sensibilità sotto varie forme». Ne abbiamo parlato con i due artisti e con la curatrice del progetto, Arianna Forte.
Avete definito U-DATInos un rituale del Nuovo Abitare. Cosa significa?
Salvatore Iaconesi: Il Nuovo Abitare è la condizione in cui tutti siamo immersi. Molte cose che ci riguardano, come la possibilità di esprimerci o la sopravvivenza delle democrazie, vivono di una mediazione con i dati e la computazione. La pandemia è un esempio lampante: a seconda dei dati raccolti, si può uscire di casa o meno. Ma la lista potrebbe allungarsi: è attraverso dei dati che viene calcolato il mio premio assicurativo, oltre naturalmente alla mia identità sui social network e così via. Tutto questo è motivo di preoccupazione, perché dobbiamo proteggerci da una condizione mai vista prima, ma allo stesso tempo bisogna trovare il modo di esprimerci al suo interno. Qui c’è la condizione tragica dell’essere umano oggi: come posso fare entrambe le cose allo stesso tempo, proteggermi ed esprimermi? Attualmente i dati sono frutto di una logica estrattiva per scelta delle aziende, ma potrebbero essere anche parte della nostra autorappresentazione o biografia, visto che noi stessi produciamo dati continuamente. Il Nuovo Abitare si estende poi al non umano perché anche un bosco, un’azienda, una caldaia o un fiume generano dati. C’è quindi la possibilità di aprire nuovi dialoghi con oggetti e specie differenti. Il rituale è un’azione performativa codificata con una valenza culturale, quasi tutti i rituali del Nuovo Abitare non sono frutto della nostra cultura, ma dell’egemonia corrente. La progettazione dei social network, che attraverso le loro interfacce rendono possibili alcune interazioni e non altre, è pensata per promuovere alcuni modelli di business. Noi cerchiamo con la nostra azione di creare rituali di altro tipo, che siano espressione diretta dei nostri desideri e valori. Non è sempre possibile, ma nel caso di U-DATInos le persone hanno raccolto la sfida.
Arianna Forte: L’opera d’arte diventa un totem, un tramite per azioni condivise o rituali. Una tematica globale come l’inquinamento, che diventa però molto specifica se parliamo del fiume Oreto di Palermo e quindi anche molto sentita dai suoi abitanti, può essere letta in modo nuovo. Le persone contribuiscono a dar vita a un processo, raccogliendo i dati in maniera collaborativa, allo stesso tempo gli artefatti artistici così prodotti aiutano a leggere ciò che avviene nella società.
I custodi dell’acqua hanno infatti un ruolo centrale nel progetto.
Oriana Persico: Le persone non stanno semplicemente raccogliendo dei dati, ma sono diventate «custodi dell’acqua». Intorno a questo artefatto culturale ed esistenziale che sono i dati, abbiamo inventato un ruolo sociale. Se vogliamo creare delle immaginazioni diverse rispetto a quelle egemoniche non serve solamente la tecnica ma anche l’arte e la cultura. La partnership con l’Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva, un’istituzione molto sensibile che conosceva benissimo il suo territorio, è stata importante per intercettare la cittadinanza attiva che già si muoveva intorno al fiume Oreto. Per noi le opere non vivono da sole, bisogna riuscire a raccogliere intorno a loro un ecosistema di individui e realtà perché i rituali sociali sono collettivi. Abbiamo proposto questi workshop chiamati «Sensibili all’acqua» nei quali abbiamo trasmesso delle conoscenze e il concetto che le guidava, ma poi c’è stato un grande meccanismo spontaneo di solidarietà per far fronte alle difficoltà imposte dalla distanza e dalle restrizioni. Ottenuti i sensori, le persone si sono autorganizzate e hanno iniziato a fare delle escursioni insieme sulle sponde del fiume per effettuare i rilevamenti. In un momento come questo, in cui pochissimo è stato fatto per reinventare nuove forme di socialità dopo quasi un anno di pandemia, è anche un modo per praticare un’attività culturale connettendosi agli altri. Infatti, anche volendo andare da soli a fare una passeggiata sulle sponde del fiume, i dati raccolti vengono inseriti in un database comune così da creare un confronto con il resto dei partecipanti.
La fase finale prevede un’istallazione all’Ecomuseo Mare Memoria Viva. In cosa consisterà?
SI: Raccogliendo i dati le persone stanno facendo da tramite, rendono possibile al fiume di esprimersi, poi questi dati verranno trasformati. Non abbiamo normalmente una sensibilità per il dato di per sé, è difficile emozionarsi di fronte a dei fogli di calcolo; per questo bisogna dargli una veste diversa attraverso luci suoni o altri mezzi, così da suscitare una nuova forma d’empatia. Questo è ciò che faremo con l’istallazione. Ci sono alcune forme di visualizzazione, come le mappe che cambiano colore per indicare l’innalzamento delle temperature, che non possono far altro che lasciare immobilizzati chi le guarda. Noi pensiamo siano possibili altre modalità. Lo stesso discorso è valido per quanto riguarda i modelli di lockdown veicolati dai media: ricalcano sempre il carcere o il manicomio mentre si potrebbe attingere a tante altre immagini come il monastero o il ritiro spirituale, che innalzano la persona invece di schiacciarla.

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