COMMENTO

L’ultimo golpe che fa esplodere i Repubblicani

Casa bianca
FABRIZIO TONELLOUSA/GEORGIA

Crollano i templi, scompaiono gli imperi, sprofondano nel mare le antiche civiltà e anche per creature assai fragili come i partiti politici viene il momento del giudizio finale.
Tutte le cose umane finiscono e per il partito Repubblicano, il Grand Old Party nato nel 1854, l’estrema unzione potrebbe essere somministrata già domani, 6 gennaio 2021, benché la malattia che lo divora dall’interno venga da molto lontano.
Il pessimismo dei medici in un certo senso appare prematuro: il partito controlla ancora la presidenza, almeno fino al 20 gennaio quando scadrà il mandato di Trump, e il Senato, dove ha 50 senatori contro i 48 democratici. Ma questi segni di vitalità potrebbero essere ingannevoli, come il sorriso dei malati prima della fine.
Dopo il 1945 il partito di Lincoln e di Theodore Roosevelt si è retto su un matrimonio di interesse tra due fazioni: da una parte l’establishment legato a Wall Street, che aveva, ed ha, la riduzione delle tasse sulle corporation come vitello d’oro, dall’altra una galassia di gruppi religiosi, di politici populisti, di maniaci delle cospirazioni antiamericane e dello spionaggio sovietica. Il matrimonio è durato fino ad oggi perché il potere del denaro portava voti e i voti creavano carriere: dal 1948 ad oggi i repubblicani hanno vinto le elezioni presidenziali ben dieci volte, anche se hanno dovuto quasi sempre usare come portabandiera dei candidati anomali: il generale Eisenhower nel 1952 e 1956, l’attore Ronald Reagan nel 1980 e 1984 e il palazzinaro Trump nel 2016. L’unica volta in cui un autentico banchiere, Nelson Rockefeller, tentò di conquistare la candidatura, nel 1964, fu subissato di fischi alla convention.
Il successo di Trump nelle primarie del 2016, più che il risultato delle sue indubbie capacità istrioniche e del suo fiuto per i temi che mobilitavano l’elettorato, come l’immigrazione o la perdita di posti di lavoro nel Midwest, fu la conseguenza delle mediocri performance dei candidati della corrente Wall Street del partito fin dal 1992, con le sconfitte successive di Bush padre, di Robert Dole, di John McCain e di Mitt Romney. Per i repubblicani puri e duri si trattava di un quarto di secolo di sconfitte o di vittorie che non avevano cambiato nulla: Trump, nella sua arroganza, violenza verbale e disprezzo per le donne, le minoranze e gli stranieri incarnava il tanto atteso candidato populista.
E Trump ha fatto ben più di quanto ci si aspettasse: fin dal primo giorno ha governato come un monarca bizzoso e imprevedibile, cercando di bandire dagli Stati Uniti tutti i musulmani del mondo, di costruire un muro al confine con il Messico, di guadagnare il più possibile sfruttando la sua carica, di usare il suo potere in modi inauditi. La telefonata resa pubblica dal Washington Post con cui chiedeva al segretario di stato della Georgia Brad Raffensperger, di «trovargli» i suffragi necessari per rovesciare il risultato del voto popolare è solo l’ultimo anello di una catena di abusi e illegalità che sono diventate intollerabili perfino per i repubblicani più cinici: è di ieri una dichiarazione durissima di Paul Ryan, l’ex presidente della Camera repubblicano, contro i tentativi di sovvertire la vittoria di Joe Biden.
Ciò non toglie che un folto gruppo di deputati e senatori del Gop domani cercherà di convincere il Congresso a non accettare i voti di Georgia, Arizona, Wisconsin e Pennsylvania, cioè i quattro stati dove Biden ha vinto ma con una differenza di poche migliaia di voti.
Il tentativo è destinato a fallire ma questa prova di lealtà nei confronti del presidente sconfitto avrà pesanti conseguenze perché sicuramente incoraggerà Trump a restare attivo, creando un gruppo di fedelissimi, appoggiandosi a un network di media di estrema destra e minacciando i «traditori» di usare la sua influenza per fare le sue vendette nel 2022 e nel 2024. Per esempio, a Washington si parla già della partecipazione della figlia Ivanka alle primarie per il senato contro Marco Rubio in Florida.
Steven Schmidt, che nel 2008 aveva diretto la campagna presidenziale di John McCain contro Obama, ha scritto su Twitter che «il 6 gennaio inizierà la guerra civile all'interno del Gop. La fazione autocratica schiaccerà i resti della fazione ‘democratica’ del Gop, come la Wehrmacht fece con l’esercito belga nel 1940. La stagione delle primarie del Gop del 2022 sarà un bagno di sangue. Il 6 gennaio sarà un test di fedeltà. Seguirà l’epurazione». Per Schmidt, l’implosione del partito è l’inevitabile risultato di quattro anni di collaborazione e complicità con la follia, l’autoritarismo e l'incompetenza di Trump. Vedremo presto se avrà ragione: molto dipende anche dal risultato delle due elezioni per il senato in Georgia oggi, che ne decideranno il controllo nei prossimi due anni.

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