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Fusioni da editoria, leggere al tempodei «Big Five»

Express
MARIA TERESA CARBONEITALIAusa

Non c’è molto da aggiungere all’annuncio, la settimana scorsa, dell’acquisizione della casa editrice statunitense Simon & Schuster da parte di Penguin Random House, sussidiaria nordamericana di Bertelsmann, il maggior gruppo editoriale del pianeta. O forse da dire c’è ancora, e parecchio, come testimonia la quantità di commenti – quasi mai benevoli, per lo più inquieti o terrorizzati – che hanno fatto seguito alla notizia.
Su Publishers Weekly John Maher ha condensato alcune reazioni, ma prima di esaminarle, facciamo un passo indietro, al 10 luglio 2013, quando sull’Atlantic è uscito un articolo di Alexander Abad-Santos, «Quello che la fusione di Penguin e Random House significa per te, lettore medio» (What the Penguin-Random House Merger Means to You, Average Reader).

Per capire di cosa parla il pezzo e perché lo citiamo adesso, bastano poche frasi: «C’erano una volta i Big Six, i Sei Grandi editori: Simon and Schuster, HarperCollins, Random House, Macmillan, Penguin e Hachette. Dopo la fusione, ce ne sono cinque. Questa può sembrare una notizia che interessa solo a chi lavora all’interno dell’industria editoriale. Ma non dovrebbe essere così. La paura più grande di fronte alla fusione di Penguin e Random House è il calo della diversità nell’editoria, che avrà probabilmente come risultato il calo della diversità nei libri che finiamo per leggere».
Sette anni dopo potremmo ripetere le stesse parole, con la differenza che stavolta i Big Five sono diventati (presto diventeranno) Big Four e che nel frattempo è aumentato il potere di un’altra entità planetaria, la cui crescita è in certo senso uno dei motivi per cui i grandi gruppi editoriali tendono ad agglutinarsi sempre di più: Amazon.
Così almeno la pensa Franklin Foer che ancora sull’Atlantic, all’indomani dell’annuncio della fusione di Penguin Random House e Simon & Schuster, ha scritto: «Se è giusto preoccuparsi per una società che dopo la fusione pubblicherà all’incirca il 33 per cento delle novità editoriali (negli Usa, ndr), è certamente giusto preoccuparsi che Amazon attualmente ne venda il 49 per cento.... Le dimensioni di Amazon danno all’azienda un potere tremendo sull’editoria. Per contrastarla gli editori hanno cercato di aumentare la propria capacità contrattuale. Credono di poter fare fronte alla grandezza di Amazon solo aumentando la propria». Ma Foer non è d’accordo e per questo invita la nuova amministrazione Biden ad agire: «Se il governo porrà un limite agli editori senza arginare Amazon, l’unico effetto sarà di accelerare ancora il cumulo di un potere insostenibile in un’unica società».

Che in un modo o nell’altro ci sarà un intervento, o almeno un pronunciamento pubblico, sulla vicenda, è comunque prevedibile, visto che sia l’American Booksellers Association, che rappresenta gli interessi delle librerie, sia la Authors Guild, cui aderiscono migliaia di scrittrici e scrittori, hanno chiesto che il Dipartimento di giustizia blocchi un’operazione che per Allison Hill, a capo dell’Aba, «lede gli interessi dei consumatori americani e mette a rischio autori e librai».
Una storia solo americana? No, e per diversi motivi, come nota Nate Hoffelder su The Digital Reader: «Tutti i Big Five fanno parte di conglomerati editoriali internazionali: Hachette appartiene a Lagardère, PRH e S&S fanno parte di Bertelsmann, Macmillan è di Holtzbrink e HarperCollins di Newscorp. Insomma, i Big Five (ora Big Four) fanno parte di un insieme più vasto, e ridurre la questione agli Stati Uniti sarebbe fuorviante».
Su un punto, però, non c’è rischio di equivoci: per citare ancora Hoffelder, «questo accordo è una brutta notizia per tutti, ad eccezione degli azionisti di Bertelsmann».

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