VISIONI

Zen Circus, ritratti di provincia dove osservare il mondo

«Lavorare insieme da tempo non è un automatismo, ma un flusso continuo»
LUCA PAKAROVITALIA

Se c’è una cosa che balza subito all’occhio in un comunicato stampa degli Zen Circus è la bio. Che cresce, miriade di concerti, album, sold out, il libro, e quella novità per una band inserita nell’algoritmo indie: Sanremo. E se nel nuovo disco (undicesimo) L’ultima casa accogliente (Polydor/Universal) della band toscana si trova un carattere pop, meno schiaffi del solito, più variegato e meno monolitico, proprio il brano d’apertura, Catrame, è un proiettile brevettato Zen Circus. A parlarcene Massimiliano Schiavelli, in arte Ufo, bassista della band: «Siamo fortunati, Adrea (Appino, ndr) ha un flusso continuo di accordi e parole, senza essere programmatico. Ogni volta che proviamo per un lavoro nuovo ci manda tantissimo materiale. Inoltre discutiamo in albergo, in furgone, a cena, litighiamo anche, fomentiamo associazioni che poi finiscono nel disco. Lavorare insieme da tanto tempo non è un automatismo ma una semplificazione del procedimento. In questo caso c’è stata per ovvi motivi una lavorazione più lunga. A febbraio era praticamente finito, dovevamo registrarlo a El Paso».
IL FRONTMAN Appino e il batterista Qqru insieme a Ufo hanno optato per una maggiore naturalità del suono, meno rabbia, nel disco si parla di malattia, sofferenza, se non fosse già stato pronto prima della pandemia lo si penserebbe radicato in questo presente. Il titolo è anche il nome di una birreria di Livorno: «Sì, detto anche il bar dell’omino antipatico! È venuto fuori dopo per combinazione, è una congiuntura se ci pensi. Il concept, fra tante virgolette, è il corpo fragile, ultima risorsa e simulacro residuale visto che ci replichiamo nel digitale, era preesistente a questo cataclisma. Il disco quindi ora riverbera una nuova luce non preventivata, più interessante. Ogni nuovo album è come se provassimo a fare una psicanalisi collettiva, crediamo molto nel sociale della musica più che nel politico».
LA PROVINCIA per gli Zen è anche un luogo da cui osservare il mondo. Questa volta è come se ne siano usciti ma per recarsi nella globalità, in senso metafisico pure se, il corpo, resta il focus del disco: «Sì esatto, credo sia un ciclo narrativo che ha avuto il suo compimento». Il loro ciclo sembra in evoluzione, erano nella nicchia delle band della scena indipendente, ma poi è arrivato Sanremo: «Dopo quell’esperienza il pubblico è aumentato in modo organico. Il nostro di pubblico era invece scettico anche per un antico senso di colpa dell’ambiente indipendente, ma una volta vista la bontà con cui ci siamo esibiti, hanno introiettato il contesto con grande naturalezza. La faccenda sta cambiando, mio nipote non s’è perso una puntata e non perché c’era lo zio. La musica leggera ci sarà sempre ed è bene che ci sia, ben vengano i nuovi Matia Bazar».
2050 ha una visione dispotica che si risolve e che torna nel disco, come nella traccia Appesi alla luna. C’è sempre un elegante senso di ribellione contro il conformismo e un velo di preoccupazione verso la situazione umana in generale: «Vediamo la fuga di una parte della società verso il pensiero magico che fa un po’ anni ’20, una voglia di nuova normalità che rasenta la nostalgia verso cose che pensavamo sepolte».
PER AVERE un minimo di coscienza di sé - chiosa Ufo - ci sono volute decenni di manifestazioni e convegni, poi basta un meme e diventano tutti fascisti. C’è l’ingegnerizzazione del mondo e poi un mercato dei polli rende tutto inutile. Dall’altro lato c’è una ripresa della storia che pareva inceppata dopo la cosiddetta fine delle ideologie e ora torna impetuosa nella modernità, solo che l’umanità parrebbe recalcitrante a farsi guidare dalla parte giusta».

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