VISIONI

Francesco Bianconi, canzoni minimali sospese nel tempo

Nella tracklist collaborazioni con Rufus Wainwright e Hindi Zahra
CECILIA ERMINIITALIA

Voce spogliata da ogni artifizio, arrangiamenti scarni e testi sorprendentemente introspettivi. Il primo album solista di Francesco Bianconi, Forever (Bmg), appena pubblicato, stupisce per il profondo scarto con i precedenti lavori firmati Baustelle. I 10 brani, prodotti da Amedeo Pace dei Blonde Redhead, sono infatti piccole sonate da camera dove il canto torna protagonista assoluto. Incontriamo Francesco, nel suo studio milanese, per scoprire qualcosa di più su questa nuova tappa. «Forever è basato sul concetto di spoliazione. Venivo da un periodo con i Baustelle molto massimalista» esordisce il cantautore «Gli ultimi due dischi erano molto stratificati negli arrangiamenti e quando ci siamo fermati, ho sentito la necessità di fare una cosa mia. Nella dimensione opposta però ovvero qualcosa di puro» La purezza citata da Bianconi, anche per sua stessa ammissione, ha degli echi profondi, rintracciabili negli album solisti di Nico «La genesi di quest’album va rintracciata in ascolti di cose più essenziali. Ho riascoltato Desert Shore di Nico e lì ho trovato quello che avevo in testa».
IL CAPOLAVORO della cantante tedesca infatti, voce storica dei The Velvet Underground, è un piccolo scrigno di canzoni atemporali dove la sua voce, quasi fantasmatica, attraversa linee armoniche ridotte all’osso «Volevo brani sospesi dal tempo, con una voce che guida e la colata lavica di uno strumento che la segue. Fin da subito ho deciso di farmi accompagnare da un pianoforte ma non volevo un pianismo pop o jazz bensì il rigore della musica classica. Ho parlato con un po’ di musicisti poi ho trovato una collisione fertile con Angelo Trabace. Per quanto riguardo il mio canto, finalmente ho sentito il bisogno di spogliarmi, di non proteggermi più con maschere o sovrastrutture» E anche i testi, mai così introspettivi e liberi, sono una diretta conseguenza di questa nuova ricerca musicale «Mi sento più coraggioso, soprattutto nel dire certe cose. È come se avessi un tubo diretto fra quello che ho dentro e la sua messa in forma. Ci sono meno artifici e si sente. Ho lasciato da parte il pudore, senza auto-censurarmi».
Certi uomini, il singolo che ha anticipato l’uscita, ne è la prova. Una sorta di vomitata esistenziale che punta il dito anche contro i «...cantanti ucciderebbero per apparire in un programma in televisione». Per Francesco Bianconi, «In quell’elenco ci sono anch’io. C’è una correlazione oggettiva visto che non è una canzone moralista ma una presa di coscienza. Sono sempre stato bravo a capire la psicologia degli altri, ma quando si trattava di scavarmi mi tiravo indietro. Oggi molto meno». Forever era già pronto a febbraio, poi la pandemia ha posticipato tutto e per il leader dei Baustelle c’era una sorta di angoscia nel presentare oggi queste canzoni, quasi una paura inconscia di rinnegare questa nuova fase di nudità.
«DI SOLITO - sottolinea- non passa troppo tempo dal mastering all’uscita dell’album. Qui invece è passato quasi un anno. Temevo di restare attaccato al passato, di presentarmi, coi vestiti di ieri, al gran gala. Per fortuna mi ha aiutato il fatto, dal punto di vista sonoro, di aver fatto un disco «del 1700» e il rifiuto di indossare le maschere del passato è un’esigenza che non rinnego assolutamente» Nella tracklist, spiccano collaborazioni di prestigio: da Rufus Wainwright a Hindi Zahra «La voglia di lavorare con altri artisti nasce, forse a livello inconscio, dalla solitudine dell’avventura solista. Una volta capito che avrei fatto un disco ridotto all’osso, con il compito di riportare la canzone a una forma universale, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere voci diverse dalla mia. Così ho lasciato alcune canzoni in forma embrionale e ho contattato questi artisti chiedendo “Vorresti scrivere il testo nella tua lingua?” Avrei voluto che Rufus Wainwright cantasse in francese ma ha scelto di farlo in italiano. Quello che mi interessava era ritornare all’importanza fondamentale del suono. Se pensiamo a Crêuza de mä di De André, nessuno capisce il genovese ma suona meravigliosamente bene. Conosco un po’ di francese, non colgo tutto il significato ma quando ascolto Jacques Brel ho la certezza che dica qualcosa di sensato. Io non sono un paroliere, sono un musicista, uno attento al suono. Non mi importa del cosiddetto messaggio».

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