VISIONI

Fra rivalsa e inclusione, le due facce del rap a confronto

L’ATTACCO DI GUÈ PEQUENO NEI CONFRONTI DI GHALI
LUCA PAKAROVITALIA

Sotto al cielo della musica c’è una trasformazione che negli ultimi due anni è sempre più manifesta sia nei numeri che nell’immaginario: l’approdo del rap, attraverso la trap, al mondo iconografico, imprenditoriale e giovanissimo del pop. Mentre viene risucchiato il vecchio pop commerciale, quello delle canzonette, depotenziato anche per una maggiore ricerca della melodia cantata dai rapper e meno flow. Uno slittamento dovuto alla fame di successo dei trapper e alla loro capacità di adeguarsi ai cambiamenti estetici, comunicativi e anche emancipatori di quella parte di società composta per lo più da adolescenti. Per quanto il genere sia nuovo in Italia, la parabola delle tematiche è già variegata, dai temi classici degli illeciti e del denaro che li lega spesso al passato, alla seduzione e alla rappresentazione del nuovo modello di vita che li investe con il successo. Abbandonando rapidamente uno degli storici contesti dell’hip hop: il quartiere e i suoi codici. Per capire la distanza basti pensare a uno dei film che più ha influenzato il rap italiano, L’odio.
DA QUI si potrebbe partire per entrare nella diatriba lievitata esponenzialmente fra Guè Pequeno e Ghali, il primo accusato di omofobia nei confronti dell’artista che lanciò quando il giovanissimo italo-marocchino era nei Troupe D’Elite. Guè Pequeno, che tra poco compirà i quaranta e quindi un’età già considerevole per la media dell’odierna alta classifica, in un’intervista al «Corriere», alla domanda se l’Italia fosse razzista, risponde: «Lo si capisce dai cori allo stadio... Semplificando il discorso: in Italia il calcio è tutto, le tifoserie sono a destra, non c’è quindi da stupirsi dei risultati di Salvini. Non avremo mai un rapper nero al numero 1. Ghali è un fake. Appartiene all’universo fashion: non sarà mai un idolo del mondo di colore». E fin qui si avvertiva solo un risentimento, chissà se per qualcosa capitato fuori dalle scene pubbliche. Il riferimento tuttavia parrebbe essere a quando, in completo rosa firmato Gucci, Ghali presentò il suo album Dna, colpevole di riposizionare l’immaginario del rap sullo stile che diventa messaggio e distanziandosi dagli stilemi machi del quartiere.
Il (buon) rapporto con la moda delle ultime generazioni di rapper non è una novità, fra le passarelle delle sfilate non è difficile incontrarli anche per fini promozionali. È pur sempre business che ben si associa all’ostentazione della ricchezza di alcuni e a cui non si sono sottratti i Club Dogo, fondati da Guè, che possono essere considerati i traghettatori dall’hip hop più classico alla trap.
MA È CON LA SUCCESSIVA intervista di Guè a Rolling Stone, che esplode la bomba: «Un artista che va in giro vestito da confetto può andare bene per una sfilata ma non ha grande credibilità di strada. Io non sono razzista né omofobo ma vedere un rapper che va in giro vestito da donna con la borsetta mi fa ridere, che poi almeno fosse gay. Boh, sono robe assurde». Il dissing è parte del vocabolario dell’hip hop e in questo senso il politically correct mina e limita certe spacconate ma, allo stesso tempo, quando le riscontra, riesce ad amplificarle saturando almeno per qualche ora il circuito mediatico. E quindi la visibilità dei soggetti interessati (non a caso Guè stava promuovendo il suo ultimo disco Mr. Fini) e ovviamente i click alle testate che hanno lanciato la diatriba, scatenano i social.
Ma uscendo un attimo dalle singole parole – pure se esecrabili – e dalle loro contraddizioni, ci sono due facce del rap, che non significa per forza due generazioni diverse, ma un modo diverso di viverlo. Con Ghali percepito dai suoi colleghi come un moderato, ha il volto pulito e una storia che piace alle famiglie, tanto da potersi permettere di trasformare il criterio (non solo estetico) secondo cui è credibile un rapper. Mutando cioè l’incarnazione e la forma della rivalsa del rapper «classico» che dal basso arriva in alto. Appunto con l’attitudine del pop, meno di rottura, che riesce a essere includente (anche per fini commerciali) delle fratture sociali, ma senza farle emergere. Strade diverse della stessa storia musicale.

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