SOCIETA

I dimenticati di Rosarno, tra paura e non lavoro

VALERIO NICOLOSIitalia/rosarno (piana di gioia tauro)

Girare in macchina a Rosarno e nei paesi vicini fa impressione, in giro ci sono poche auto e tantissime biciclette, quelle con le quali i migranti si muovono dalle tendopoli ai campi di arance, passando per i piccoli negozi alimentari gestiti da altri migranti e dove è possibile trovare spezie e cibo africani.
Il lavoro dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro rientra tra quelli fondamentali per il nostro Paese, quindi non si può bloccare. Le arance che arrivano nelle tavole degli italiani vengono raccolte dai 1.200 braccianti, tutti migranti, che vivono nei comuni di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauro e Taurianova in campi formali e informali, in condizioni sanitarie precarie e che oggi fanno paura non solo ai braccianti ma anche alle istituzioni. I casi di coronavirus nella Piana di Gioia Tauro sono pochi e tra questi al momento non ci sono migranti. Questa situazione però sembra poter esplodere da un momento all’altro e nel momento in cui dovesse esserci il primo contagio la diffusione sarebbe velocissima.
«VIVIAMO IN 7 O IN 8 in ogni tenda, non c’è spazio per stare lontani. Nella tendopoli siamo circa 500 e ci sono solamente 7 bagni, il contagio sarebbe immediato e scontato. Non abbiamo né mascherine né guanti, solo un po’ di igienizzante per le mani quando entriamo e quando usciamo dal campo» racconta Mohammed, Ivoriano di 22 anni che vive nella tendopoli di San Ferdinando. Di fatto è l’unica ufficiale nella zona, è nata dalle ceneri della vecchia, che sorgeva a poche centinaia di metri e della quale si vedono ancora i resti, mai smaltiti dopo lo show delle ruspe del Marzo 2019. L’igienizzante al campo lo ha portato una rete solidale composta da diverse associazioni, tra cui Mediterranean Hope. Ci sono arrivati perché hanno visto il totale disinteresse delle istituzioni nei confronti dei braccianti. «Sono lavoratori di una filiera indispensabile e come tali vanno trattati. Quello che stiamo facendo noi non basta, andrebbero requisiti gli hotel della zona oltre che assegnare i beni confiscati alle mafie. Solo così tutti sarebbero più sicuri contro il virus» dice Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope che ogni due giorni fa il giro dei campi, formali e informali, proprio per consegnare l’igienizzante.
IN UNO DI QUESTI CAMPI, quello di Taurianova, c’è la condizione peggiore: tra le 150 e le 200 persone vivono senza acqua e senza elettricità in edifici fatiscenti ricoperti di amianto. «Quando ci siamo trovati a fare l’attività di informazione per la prevenzione in questo contesto è stato difficile, se non c’è acqua come possiamo spiegare che bisogna lavarsi bene e spesso?» racconta Ilaria Zambelli di Medu, Medici per i diritti umani, che prima dell’emergenza lavorava con il resto del team medico con una clinica mobile nei campi della zona. «Da sempre riscontriamo problemi respiratori, circa un quarto dei braccianti ne soffre per via delle condizioni di vita e di salute» aggiunge la dottoressa. Le baracche e le tende sono umide e fredde, il lavoro nei campi molto duro, quindi anche se l’età media è molto bassa i polmoni e le vie respiratorie ne risentono.
LA PIOGGIA DEGLI ULTIMI giorni ha ridotto i terreni a fanghiglia e nel campo di Taurianova, nato attorno ad un’ex casa agricola, per passare da una tenda all’altra è necessario fare lo slalom tra le pozzanghere. Dietro all’edificio fatiscente c’è una cisterna grande abbastanza per garantire l’acqua a tutti per due giorni, ma non è collegata. «Fino a qualche giorno fa era collegata ad una fonte a poche centinaia di metri ma essendo abusivo la polizia l’ha staccata, senza darci alternative» ci dice Issa, che è appena tornato dal lavoro nei campi, lui è uno dei pochi che ancora ha un’occupazione.
LA STAGIONE DELLE ARANCE sta per finire e il lavoro scarseggia, inoltre la gran parte di loro non ha un contratto e quindi se viene fermato per strada non ha una giustificazione per l’autocertificazione. Il problema nei prossimi giorni sarà proprio questo: l’assenza di lavoro e quindi di cibo. In una condizione di normalità sarebbero andati a Saluzzo, in Piemonte, per raccogliere le mele o in Puglia per i pomodori. Altri contesti ma stessa tipologia di sfruttamento. Invece oggi in 1.200 sono bloccati in Calabria, dove non possono lavorare e vivono di stenti.
«È NECESSARIO CHE SI PENSI ad una pianificazione del lavoro su questo territorio. Da anni assistiamo all’arrivo e alla partenza di queste persone e in mezzo, nel periodo in cui lavorano, la politica non si occupa di loro nonostante facciano un lavoro importante ma soprattutto programmabile. Questa emergenza dovrebbe darci la possibilità di ripensare al modello che abbiamo conosciuto fino ad oggi» spiega Andrea Tripodi, sindaco di San Ferdinando che insieme alle organizzazioni che lavorano con i braccianti da giorni chiede l’intervento della Regione. «Queste persone sono un’umanità offesa da queste condizioni, si aspettano una risposta civile che noi dovremmo garantire» conclude il sindaco.

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