VISIONI

Rancore, dal deserto alle montagne il viaggio di parole e musica

INCONTRO CON IL RAPPER ROMANO
CECILIA ERMINIitalia/sanremo

«La musica e le parole sono un modo per entrare nelle cose. Le parole le usiamo per definire, per dare un nome a qualcosa». Rancore, all’anagrafe Tarek Iurcich, inizia così a raccontare la sua prima volta da solo a Sanremo, dopo l’exploit dello scorso anno insieme a Daniele Silvestri con Argentovivo. Il rapper romano entra subito nel merito del suo «ermetic hip hop» ovvero testi come scatole cinesi e dalle diverse possibilità di interpretazione: «Abbiamo diviso il mondo in milioni di termini. Entrare in una parola, trovare tutte le cose che fanno rima con essa e fare una rima significa romperla. La natura è un mistero, anche noi lo siamo e il linguaggio è uno dei modi per iniziare a scoprire qualcosa del mistero del mondo. È la parte forse più ’superficiale’, più immediata ma allo stesso tempo la più profonda». Per Rancore però i pericoli e le distorsioni del linguaggio non sono certo un ostacolo al suo desiderio di comunicazione, anche se forse «il rischio è che a volte il contenuto può mettere in secondo piano la musicalità. A volte ti accorgi che il significato che cercavi, sul quale hai ragionato in maniera logica, magari non porta con sé tutto il suono che vorresti. Non sono solo lettere su un foglio di carta ma segni messi in musica. Il mio obiettivo è esprimermi con un’estetica dei contenuti ma anche con quella del suono».
MADRE EGIZIANA e padre croato, il métissage, non solo anagrafico, lo ha anche portato, inconsciamente, a lasciarsi ispirare, in primo luogo dagli spazi: «Non sono mai stato quello che cercava ’contenitori’. Non voglio fare una base araba solo perché sono arabo ma spesso accade ad altri perché di ’moda’. Avendo dei genitori che vengono da parti diverse ho girato molto, dall’Italia all’Egitto, paesi ricchissimi dal punto di vista storico e naturale. Dal deserto alle montagne, e la cosa mi ha portato a viaggiare soprattutto nei testi. Questo mi è rimasto musicalmente del mio appartenere a più culture».
La sua Eden concepita insieme a Dardust, col quale si è esibito nella serata della cover con Luce di Elisa – insieme al duo La rappresentante di lista – è letteralmente frutto della suggestione di un sogno. Cardine del brano, una mela che rotola attraverso le epoche dell’umanità. «La mela è un simbolo che ritorna, qualcosa di immortale, quasi un archetipo. Talmente antico che vale oggi come domani. Rappresenta la scelta e il cambiamento inevitabile dopo di essa».
MELA che ha attraversato la storia, anche culturale, da Guglielmo Tell a Biancaneve fino a Il figlio dell’uomo di Magritte: «Ogni canzone porta uno studio e una ricerca. Cerco intorno a me e come un detective ho inseguito la mela in giro per la Storia. Ma la domanda che volevo farmi e fare a chi mi ascolta è ’Che faremo adesso?’ Credo che nel 2020 il presente e il futuro si siano mischiati. Il presente è diventato già il futuro. Le scelte che faremo da oggi in poi sono cruciali e possono davvero determinare il futuro, in maniera forse anche più grande rispetto ad altre epoche».

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