VISIONI

La questione politica del cantr leggero

Diodato protagonista con il brano «Fai rumore»
CECILIA ERMINIITALIA/sanremo

«Cerco di raccontare quello che mi succede. Tutte queste canzoni sono cose che «mi» sono accadute. Sono partito da vicende che provengono da un vissuto molto intimo ma anche dall’osservare episodi che semplicemente mi sono capitati.» Diodato si racconta così: reduce dal successo - inaspettato - di Che vita meravigliosa - brano «simbolo» dell’ultimo film di Ozpetek La dea fortuna – il cantautore pugliese è a Sanremo in gara con la sua Fai rumore. Canzone che rispecchia perfettamente l’equilibrio raggiunto, grazie alla sua capacità di raccontare storie e contemporaneamente se stesso.
Nel nuovo album ci sono brani che spaziano dal privato agli incontri fortuiti della sua vita. Cosa la colpisce maggiormente dell’umanità che osserva?
La lascio a voi questa domenica, è la storia vera di un suicida nella stazione di Cattolica. Io ero su quel treno e ho fotografato con una canzone un circo disumano incapace di empatia. L’ispirazione arriva dalla vita che faccio tutti i giorni e sono contento che in qualche modo non mi sia fissato sul cosa scrivere. È stato un flusso continuo che ha alleggerito tutto il lavoro della scrittura.
Come si bilanciano queste diverse «tensioni», fra pubblico e privato?
Ci sono dei giorni in cui sono un semplice «osservatore», in altri sono più «protagonista». Quando sono protagonista sento la necessità di avere più tempo per scrivere quelle cose. Ho il bisogno di allontanarmi e diventare osservatore. Quando sono già osservatore invece mi viene molto più naturale, e le canzoni nascono pure prima.
Di recente ha dichiarato di voler « abbattere» le mura dell’incomunicabilità. E non soltanto quella di coppia visto che il mondo contemporaneo è fatto di barriere...Il personale dunque, parafrasando un «vecchio» slogan, è anche e sempre politico?
La politica fa parte della vita di tutti i giorni. Anche quando scrivi delle canzoni d’amore. E forse è anche il compito del cantautore raccontare le sensazioni che magari prova una coppia in un determinato periodo storico. Quando ascolto Lucio Dalla, per esempio, immagino un’altra Italia, sento quell’odore, anche politico. Non per forza devi fare una canzone su un partito ma la politica fa parte della nostra scelta di vivere in società quindi rientrerà sempre nella musica, anche nella mia. La cosa non mi spaventa e non mi obbliga a concepire per forza una canzone impegnata.
Dai testi, emerge un’attenzione fortissima per la potenza della parola. A tratti, la sensazione è di ascoltare qualcosa di letterario. Ci sono stati autori di riferimento?
Ho amato Cent’anni di solitudine proprio perché mi ha fatto capire quanto fosse potente la parola. Un altro libro è Se questo è un uomo di Primo Levi che ho riletto di recente. Sono i classici libri che leggi a scuola, al liceo, però in quel momento non gli dai il giusto peso.
Un album ricco di fiati, cori, arrangiamenti complessi che si allontanano, se non per poche eccezioni, dal rock che ha contraddistinto la sua produzione fin dagli esordi...
L’album infatti poteva chiamarsi «Libero». Semplicemente la musica segue la mia vita, il mio maturare come essere umano. E forse sarebbe un errore se non lo facesse. Sono cresciuto con degli esempi di grande libertà espressiva e l’album che ho amato di più è il White Album dei Beatles. Che ha diviso tanto perché lì dentro c’è il jazz, l’hard rock...In quella cosa io vedevo la gioia di fare musica e ho sempre avuto quel disco come faro. Perché si può essere i Beatles facendo una canzone anche jazz. Quando hai un’identità forte, credo che la gente ti riconosca,e apprezzi, in ogni sfumatura. Tornando alle barriere, mi piace proprio abbatterle, soprattutto quelle musicali.

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