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Non aprite ora il sacco delle sardine

Movimenti
GUIDO VIALEITALIA

I quattro promotori bolognesi del movimento delle sardine hanno pubblicato giorni fa su la Repubblica una lunga lettera in cui ripercorrono le tappe dell’ascesa della loro iniziativa, declinando ogni pretesa di protagonismo e ogni intenzione di voler trasformare quel movimento in un partito o in una mobilitazione per qualche obiettivo specifico diverso dal ridimensionamento di Salvini e del clima di odio che Salvini ha promosso e diffuso in Italia. È una prospettiva più che legittima, che non ha impedito a me come a centinaia di migliaia di persone di partecipare alle loro manifestazioni senza attendersi o pretendere molto altro. In realtà, per quanto ne so (leggo distrattamente alcuni quotidiani e non guardo più da tempo la tv), le idee e le posizioni politiche di Mattia Santori, leader e “voce” del movimento, sono state da qualcuno perfino apparentate a quelle di Carlo Calenda, capo di un partito che deve ancora nascere. Senz’altro sgradevole è stato trattare come “divisivo”, cioè di intralcio, l’applauso all’avvocato della famiglia Regeni e definire non tutto da buttare il decreto Salvini: si vuole forse salvare il decreto Minniti, che lo ha ispirato? Non lo sappiamo. Ma Calenda, che le sue idee le spiattella a più non posso, non mobilita nemmeno una mosca; Santori invece, con i suoi (che non si sa se la pensano tutti come lui) riempie le piazze, tenendo le sue posizioni il più possibile sottotraccia. Trattare il loro manifesto in sei punti come un programma politico o, peggio, come una proposta di legge - come ha fatto Barbara Spinelli su Il Fatto - è un errore. Al massimo è un invito, o un «codice di comportamento», certo discutibile, in base al quale giudicare politici, giornalisti e maniaci della tastiera.
La mancanza di un programma rischia di fare delle sardine una specie di “sacco vuoto”, dove ciascuno di quelli che si recano in piazza può mettere quello che vuole, ma che Santori, tenendone saldamente in mano i cordoni, si sforza di mantenere rigorosamente chiuso perché ne esca il meno possibile: per lo meno fino alle elezioni dell’Emilia-Romagna. Dove l’obiettivo unico è la sconfitta di Salvini e del centro destra, richiamando al voto per qualche partito di centro-sinistra, cioè il Pd o i suoi potenziali alleati (e che altro offre il mercato?) la folla degli astenuti che, a occhio, costituiscono il grosso dei partecipanti alle iniziative delle sardine e che in Emilia-Romagna erano quasi due terzi degli aventi diritto.
Poi, prima o poi, quel sacco si sgonfierà o bisognerà aprirlo per vedere che cosa c’è dentro. Quello stato incantato di indeterminazione non può durare in eterno. Il pericolo, anche immediato, che i promotori si sforzano di evitare - o di allontanare - è che quel sacco si trasformi in un’arena dove ciascuno cerca di imporre le sue istanze; le sollecitazioni, da sinistra, ma anche da destra, non mancano: che cosa avete da dire su Ilva e Alitalia? Perché non condannate l’antisemitismo? (un refrain che ha funzionato bene con Corbyn!). O il Vaffa di Grillo? Come vi permettete di esibire una donna con il velo? Perché non condannate l’autonomia differenziata? E su occupazione e precariato niente da dire? O sulle pensioni? E sul clima? Quell’idea che basti elencare un obiettivo per sentirsi a posto, che ha distrutto i tantissimi partiti di estrema sinistra, oggi sul piede di guerra per spartirsene le spoglie; come hanno fatto negli anni passati contro ogni tentativo unitario di ridare fiato a chi si opponeva al pensiero unico.
Bisogna allora lasciare le sardine «in pace» e aspettare che la natura faccia il suo corso? Neanche per sogno! Il fatto è che contese oratorie e manovre politiche portate dentro l’arena di una mobilitazione di massa non lasciano dietro di sé «il tempo che trovano», ma solo un cumulo di macerie. Mentre proposte di iniziative comuni, portate avanti dai tanti attivisti che si ritrovano a essere al tempo stesso impegnati in un movimento di massa e adepti delle sardine non possono che far emergere al loro interno alternative chiare su cui schierarsi. Ecco perché proposte di azioni condivise da parte di movimenti come Fridays for Futur o NonUnadiMeno, ma anche da parte di reti e comitati come NoTav, NoTap, NoGrandi Navi, ecc., che perseguono obiettivi più specifici, ma non meno importanti, su basi partecipative e democratiche (proprio quella democrazia che giustamente figura al centro delle preoccupazioni delle sardine), non potranno essere eluse; e costringeranno prima o dopo le sardine, o gran parte di esse, a uscire dall’indeterminazione senza perdere la loro identità; permettendo loro, al di là delle scadenze più immediate, di rinnovare le mobilitazioni su tematiche più concrete.
Anche in Fridays fo Future all’inizio si diceva che del Tav Torino Lione non si doveva discutere perché era «divisivo». Oggi è difficile trovare qualcuno di loro che non consideri quella galleria un’offesa micidiale alla lotta contro la crisi climatica. Quando il movimento c‘è il tempo è galantuomo.

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