CULTURA

Alasdair Gray, quando l’arte si concede all’altro

ENRICO TERRINONIscozia

L’ultima lunga mail che ho ricevuto da Alasdair Gray - scomparso il 28 dicembre, il giorno dopo il suo ottantacinquesimo compleanno - risale a un periodo in cui ero alle prese con la traduzione del suo Lanark, da molti considerato il più grande romanzo di questo gigante delle lettere scozzesi. Dovevo sottoporgli dei dubbi sulla traduzione, e in particolare sulla resa di alcuni nomi di persone o luoghi, nomi che al lettore suonano immaginari, ma che invece nascondono numerose stratificazioni di significato. In particolare, un nome ero incerto se tenere immutato o se tentarne una qualche traduzione creativa: Lord Monboddo. Nel libro è una sorta di signore universale, padrone dei destini del protagonista.
IL MOTIVO che mi spinse a chiedere un consiglio all’autore era dettato dal fatto che Gray, oltre a essere uno scrittore, era anche un grande artista figurativo, alla maniera di Blake, per intenderci. E nella mitologia cosmica di Blake incontriamo il nome Nobodaddy quale appellativo irrispettoso dato al Dio cristiano in forma antropomorfa. Ero convinto che vi fosse un legame tra due personaggi con nomi vagamente affini; e allora chiesi lumi a Mr Gray.
IL RAPPORTO tra un autore e il suo traduttore è spesso un misto di complicità e sospetto: non dev’essere facile accettare che qualcun altro sia incaricato di trovare nuove parole in una lingua diversa, per esprimere quel che lo scrittore aveva scelto di dire in un modo e soltanto in quello. La traduzione, infatti, cambia tutto, in termini di linguaggio: sostituisce ogni suono, ogni sillaba. Dovrebbe mantenere il senso, certo, ma come ben si capisce, cambiando il sistema linguistico, è altissimo il rischio di dire proprio un’altra cosa quando si voleva dire quasi la stessa - Eco docet.
Gray, invece, non si mostrava affatto sospettoso con chi doveva riprodurne la voce in un’altra lingua; né era timoroso di essere travisato. Chi lo conosceva bene lo descrive come una persona generosissima, sempre pronta a darsi totalmente: all’altro o anche a una causa - fosse questa il socialismo o l’indipendentismo scozzese (le due che gli erano certamente più care).
CON I SUOI TRADUTTORI, questa magnanimità arrivava al punto di spiegare in maniera maniacale tutto quel che si nascondeva dietro alle parole adoperate nei suoi libri. E allora, con Monboddo, mi spiegò che si trattava di un giudice della corte suprema scozzese nel diciottesimo secolo, deista e studioso dell’evoluzione, il quale sosteneva, tra l’altro, che gli uomini discendessero dalle scimmie.
Mi disse poi che la ragione della scelta della maggior parte dei nomi in quella sezione del libro, derivava dal loro «suonare stranieri»; e mi suggerì persino di sentirmi libero di mettere qualcosa di italianizzante nei luoghi dove questo poteva risultare altrettanto straniante.
Bellissima fu anche la spiegazione del nome Unthank, la città distopica in cui si aggira il protagonista Lanark. Sapevo già che l’avrei lasciata com’era, poiché a un orecchio italiano rimanda sicuramente a qualcosa, perlomeno a una negazione del ringraziamento. Ma mi interessava saperne di più, e capire cosa ci fosse dietro quel nome spettrale.
Allora Gray mi spiegò che si trattava di una vecchia parola anglo-sassone il cui significato era legato alle tasse; venivano così chiamati i villaggi probabilmente troppo poveri per riscuoterne tributi. Disse poi che quasi nessuno in Gran Bretagna al giorno d’oggi avrebbe potuto riconoscere queste sfumature di significato. E così anche Unthank rimase Unthank in italiano. Sarebbe stato futile intervenire in un alcun modo in una scelta tanto meditata.
DOPO QUESTE importanti spiegazioni, ci fu un silenzio di quasi tre anni, dovuto a un tragico incidente del 2015 da cui non si è mai del tutto ripreso fisicamente. Malgrado la difficoltà in cui si trovava, ha comunque avuto la forza di dedicarsi ad altre grandi opere, tra cui una traduzione/parafrasi dell’Inferno di Dante.
Poi, qualche settimana fa ho di nuovo scritto al maestro per avvertirlo che stavo traducendo un altro suo romanzo: 1982. Janine. E lui, con il suo solito tono generoso e garbato, mi ha allora confermato che era quello, e non Lanark, il suo romanzo preferito: era quello il libro che riteneva essere la sua opera più importante.
La morte di Alasdair Gray lascia un vuoto immenso nelle lettere scozzesi, ma anche nella storia del romanzo europeo contemporaneo. Ma la sua letteratura, come anche i suoi quadri e i tanti murales dipinti in giro per la Scozia, continueranno a parlarci di un’arte che, in ogni sua forma e manifestazione, è sempre inscindibile dall’impegno politico e civile; e anche dall’imperativo di darsi sempre all’altro, senza mai risparmiarsi.

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