VISIONI

Patrick Watson, sinfonie di elementi sospese nel tempo

«Wave» è l’ottavo album del musicista canadese, un approccio di stili dal folk pop alla psichedelia
LUIGI ABIUSIcanada

L’impressione che si ha ogni volta esce un disco dei Patrick Watson è di un rapporto intrinseco, simbiotico, instaurato da questa musica - la trama variegata degli arrangiamenti, le parole al vento che si sbriciolano in eco, la poesia denudata del piano, nel piano nudo madreperlaceo - con lo spazio-tempo posto fuori dal perimetro del vinile, adesso blu nella versione limitata: cielo serale in cui risuonano il risaputo ciarpame di foglie; il peso grigio del firmamento (niente di meno, nessuna nera sfumatura in meno). Wave dialoga con il suo tempo, con tutta questa sinfonia di elementi che sfolgorano e marciscono trasudando un vuoto, un’assenza che sembra essere l’ispirazione e il fulcro intorno a cui gira tutto il disco, se è vero che già all’inizio, in Dream for Dreaming, si sente l’antifona del «never thought you were leaving» (mai pensato che te ne saresti andata); e dialoga con uno spazio (spesso interni, stanze mentre fuori piove; muri cadenti; brani di prati in cui soffia il vento, scritti con un gusto imagista, essenziale) che è la sostanza, la metafora di questa mancanza,di questo mancarsi: di una malinconia a tratti trasfigurata in allegria crepuscolare, infantile.
USCITO per l’etichetta Domino, Wave è un prisma di approcci strumentali, stili, tonalità, che passa per un cantautorato, come dire, indie, in accordo con un folk dalle punte psichedeliche, poi per quello che viene definito chamber-pop, arrivando fino a un pianismo neoclassico, o proprio classico, in cui risuona qualcosa come il misterioso stillicidio tonale, coloristico di Debussy, Satie, ecc., cioè l’allusione a zone d’ombra, inquiete, nel mezzo di un giardino, o il riverbero di un sogno o quantomeno del dormiveglia. È in tale dimensione di passaggio, evocata dalla varietà dei toni, degli umori (tra piogge, nebbie, «’cause the weather doesn’t ask me why» in Strange Rain) che si sgrana la cifra di questo spleen, percezione di un’assenza, o forse latenza, quasi metafisica, consustanziata nella presenza piena, nell’articolazione raggiante degli arrangiamenti. E il risvolto, il complemento essenziale di questa malinconia è una sensualità serica, odorosa che viene penetrata, riempita dall’ammicco degli strumenti; e certa leggerezza, certa cantabilità che giunge inattesa, come nella danza andante di Melody Noir.
UN BRANO in cui la cantilena femminile, struggente e infantile, evoca lontananze, ricordanze: presenze e panorami primo-primaverili, a spalancare l’abisso: «canta canta mi luna mi luna llena/ esta melodia che es el abismo adentro de mi» («canta canta mia luna mia luna piena/ questa melodia che è l’abisso dentro di me»). Ecco è una musica abissale quella di Wave, che scandisce afflizioni, vuoti esasperati (e improvvisi stati di grazia), un deambulare solitario, rimuginante, come intontito attraverso la città autunnale, tant’è che mentre ascolto Here Comes The River (uno dei capolavori di quest’anno, non solo in ambito musicale) mi viene in mente un passaggio di un libro che avevo quasi dimenticato: «perché non esisteva dolore che potesse paragonarsi al vuoto della separazione, nessun tormento poteva somigliare all’irrealtà del non essere insieme».
Here Comes The River viene alla fine, «venendo forte», ed è fluire, liquidità lirica, disarmata: quel vagare in abisso, alluvionato che, infranto il fiato, cerca aria tra un accordo e l’altro del piano rimasto solo, spoglio, se non fosse per la voce di Patrick Watson a delineare macchine che annegano, bambini che nuotano dai fastigi degli alberi, ombrelli sgomenti. Ed è a quel punto che «here comes the river/ coming on strong/ and you can’t keep your head above these troubled waters (ecco che arriva il fiume / che sale forte / e non puoi tenere la testa sopra queste acque agitate)», prima che il fiume d’archi cominci a sentirsi, a salire dallo sfondo insieme a un riff di piano, uno sgocciolamento come di sangue, di pelle aperta, alla mercè del mondo, che affonda, che rantola, quando l’orlo degli archi, tramortiti dalla loro stessa melodia ha raggiunto il culmine, l’abisso, quando «devi bruciare per tenere lontana la tempesta».

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