COMMENTO

La «terza via» di Di Maio è senza uscita

Umbria/1
MASSIMO VILLONEITALIA/umbria

Forse è romanzata la lettura di Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri, per cui la prima Repubblica è finita davvero domenica in Umbria. Forse convince di più Pagnoncelli, che sulle stesse pagine ci dice come la crisi fosse in atto da tempo, anche come perduta capacità della sinistra di offrire protezione sociale. Forse non ha torto D’Alimonte, sul Sole 24 Ore, per cui l’alleanza strategica col Pd rimane per M5S obiettivo da perseguire. In ogni caso, dopo l’Umbria niente sarà più come prima. Lo certifica Di Maio, quando afferma la necessità di correre da soli per evitare danni da coalizione, e di tornare alla “terza via” né di destra né di sinistra. Del resto, già sapevamo che avrebbe preferito altro che non l’alleanza con il Pd.

Di Maio così vuole difendere sé stesso, ma si illude se pensa di riguadagnare i fasti del 2018. M5S non ha superato il passaggio – indubbiamente difficile – da contenitore indifferenziato di proteste a partito di governo. Si può discutere su responsabilità e colpe. Ma in ogni caso, il trend discendente dopo il voto di marzo suggerisce che molti degli undici milioni di elettori M5S non hanno condiviso o ritenuto apprezzabili bandiere come il Tav, il taglio dei vitalizi e dei parlamentari, il reddito di cittadinanza, o i voti su Rousseau.
È proprio la terza via che non ha pagato, e i voti hanno preso altre strade. Perché dovrebbero tornare? Questo può anche non interessare chi grillino non è. Ma alcuni effetti collaterali ci riguardano. Almeno tre.

Il primo. La conflittualità endo-governativa può solo aumentare. Ma è difficile – anche se non impossibile tecnicamente – ipotizzare una crisi che conduca al voto ora, in pendenza della riforma sul numero dei parlamentari. Si rende ora più probabile anche la richiesta da parte di un quinto dei deputati o senatori di referendum confermativo sul taglio. Questo farebbe guadagnare alcuni mesi, cui si aggiungerebbe un tempo ulteriore per adattare la legge elettorale. Nell’agosto 2021, poi, scatta il semestre bianco in cui Mattarella, in scadenza di mandato, non può sciogliere anticipatamente le camere. Nel corso del semestre, il nuovo presidente verrebbe eletto dal parlamento oggi in carica.

Il secondo. È probabile che con le parole di Di Maio vada in soffitta l’ipotesi di passare a una legge elettorale proporzionale. Un M5S né di destra né di sinistra che corre da solo rende conveniente per gli altri competitors mantenere la legge esistente, con le sole correzioni indispensabili. Con il suo mix di collegi maggioritari e di proporzionale favorisce molto il primo partito, meno il secondo, poco o nulla il terzo. Si aggiunga che la correzione maggioritaria può andar bene sia ai partiti più grandi – che possono far leva sul voto utile – sia ai partiti minori – che possono presentarsi come portatori del swing vote necessario a vincere in coalizione. Ne ricevono un danno sicuro solo i partiti non coalizzabili, piccoli, o anche grandi ma perdenti: i primi candidati a scomparire, i secondi a essere rappresentati in misura ridotta rispetto ai consensi reali. Un M5S in corsa solitaria si presenta oggi realisticamente in terza o quarta posizione, in un parlamento a numeri ridotti. Una prospettiva da partitino marginale.

Il terzo. Se il trend dell’Umbria dovesse confermarsi nel voto emiliano, nell’intero Nord la destra, in specie leghista, sarebbe egemone. La possibilità di bilanciare tale egemonia sarebbe offerta dal Mezzogiorno, che ha già consegnato nel 2018 la vittoria a M5S, e potrebbe domani consentire sia a M5S che al Pd di contenere Salvini. Si richiederebbe però una politica chiara e forte, volta non a piantare bandierine o coltivare clientele, ma a invertire un ventennio di scelte nordiste. Questo ci porta sul terreno dell’autonomia differenziata da riscrivere senza se e senza ma, con tutto quel che comporta di equa distribuzione di risorse e tutela di asset strategici nazionali.
E nessuno si illuda di fermare Salvini con mosse fantasiose come il voto ai sedicenni. Ci ha già pensato, se è vero – come leggiamo – che ha assunto nella sua strategia social un target specifico dai 13 ai 17 anni. D’ora in poi, se lo vediamo aggirarsi presso un asilo o la sala neonati di un ospedale, magari con un peluche o una scatola di Lego, non pensiamo male. Probabilmente, è in campagna elettorale.

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