CULTURA

La storia in una testa di cera

Intervista al romanziere e illustratore britannico, autore di «Piccola» (La Nave di Teseo)
ARIANNA DI GENOVAGB

Quindici anni a inseguire Madame Tussaud in fuga, con tutti i suoi busti e le teste di cera, avvolte in un panno. Un romanzo che nasceva, accumulava episodi e poi tornava a essere una bozza, falcidiando pagine. Quella piccola signora, partita poverissima e poi divenuta una celebrità, possedeva il fascino degli imprendibili. Eppure, alla fine, lo scrittore, drammaturgo e illustratore Edward Carey (nato nel 1970 nel Norfolk, vive in Texas), dopo essersi cimentato con gli eccentrici abitanti del condominio di Observatory Mansions e gli oggetti dimenticati e animati della Trilogia degli Iremonger, ce l’ha fatta.
Piccola (da oggi in libreria per La Nave di Teseo, pp. 576, euro 20, traduzione di Sergio Claudio Perroni, illustrazioni dello stesso Carey) narra la storia di una minuscola bambina che nasce in Svizzera nel 1761 per poi riscattarsi dalle sue misere condizioni a Parigi, diventando la regina delle cere. Imparerà la professione dal dottor Curtius, un tipo segaligno, misantropo e geniale che condurrà «Little» (vero nome Marie) con sé in Francia a cercar fortuna, quando l’ospedale non vorrà più le sue repliche di organi malati. Lei, d’altronde, è rimasta orfana dopo che sua madre si è impiccata per straripante infelicità. La dimora parigina in cui la strana coppia andrà a vivere non è da tutti: finiranno dentro la Casa delle scimmie, abbandonata da un imprenditore che non macinava più soldi con i suoi animali. È perfetta: un salone rotondo permetterà di mostrare ai clienti le teste-ritratti in cera. Ma è solo l’inizio per Piccola. Dopo, ci sarà Versailles con i reali e i rivoluzionari. Con le teste mozzate.
Nel suo romanzo, la vita di Madame Tussaud rappresenta anche una scorciatoia per entrare in modo inusuale nella grande storia, quella della Rivoluzione francese e del Terrore. Le teste tagliate e riprodotte in cera sono una metafora della fallibilità del potere?
Ho scritto il romanzo immaginandolo come se fosse una «autobiografia»: la voce narrante è, infatti, di Madame Tussaud. Lei ha potuto assistere alla Rivoluzione francese da un punto di vista unico: le è stato ordinato di immortalare le teste ghigliottinate di alcuni dei suoi più famosi e sfortunati «attori». I potenti, un giorno idolatrati - Lafayette, Luigi XVI, Maria Antonietta - quello dopo furono disprezzati. Le cere di Madame Tussaud a Parigi ebbero il compito di raccontare quell’epoca - alla stregua di un giornale - e il suo lavoro era essenziale per tenersi aggiornati. Lei, di fronte ai sommovimenti storici, rimase - per quanto le riuscì - imparziale. Ma era possibile? Sembra che fosse stata accusata proprio per le sue teste di cera e rinchiusa in carcere durante il Terrore, tanto da sfiorare la ghigliottina. Le vicende politiche non possono che contaminare. La Rivoluzione cominciò regalando speranze di una vita più giusta alle persone comuni e si concluse prima con Robespierre, poi con Napoleone. Anche lui non era eterno e non durò. Consola saperlo vivendo nell’America di Trump.
L’infanzia di «Piccola» ricorda le traiettorie esistenziali di alcuni personaggi di Dickens. Lo considera una sua fonte di ispirazione?
Sì! Adoro Dickens e in Inghilterra ci nutriamo delle sue storie fin da bambini, come fosse una sorta di medicina, come l’olio di fegato di merluzzo. Quando da adolescente, un insegnante mi impose la lettura di Casa desolata, salutai l’estate e le vacanze… Ho finito per innamorarmi del libro, con i suoi personaggi bizzarri e brillanti, la sua passione per il grottesco, il senso dell’umorismo, la forte rabbia per le disuguaglianze sociali. Dickens anima la città di Londra come nessun altro scrittore, solo Hogarth ha una visione simile, ma attraverso l’inchiostro e non con le parole. Dickens è eccessivo. Non approvo sempre i suoi personaggi femminili, a volte insipidi, o il suo sentimentalismo vittoriano, però la sua esagerazione è una fonte inesauribile. Il romanzo come un pasto di cinque portate.
Come funziona il suo dividersi tra scrittura e illustrazione? Esiste una routine?
Non ho una tipica giornata lavorativa, ma quando m’immergo in una storia, non stacco più per diverse ore. Disegno sempre i personaggi, è il modo migliore per capirli. Penso visivamente, ho bisogno di vedere il mondo in cui vivono. Disegnare fa sì che io tenga sotto controllo il romanzo in corso. Principalmente, scrivo di giorno e illustro di notte.
Definirebbe i suoi romanzi con l’aggettivo macabro?
Suppongo di sì. Non è una mia scelta, ma in realtà i miei romanzi sono infarciti di elementi macabri. Se inizio a raccontare una storia relativamente realistica, quasi subito un bollitore inizierà a parlare o una bambola si muoverà da sola, o la testa di qualcuno probabilmente cadrà. Ammiro le fiabe proprio per l’audacia del loro immaginario. Non mi interessa indagare le relazioni tra gli adulti. Preferisco trascorrere del tempo in un vecchio edificio che porti ancora i segni dei suoi precedenti «occupanti».
Qual è stata la sua favola preferita da bambino?
Leggevo, come tutti, versioni piuttosto edulcorate dei fratelli Grimm. Solo molto più tardi ho appreso, ad esempio, che nell’originale di Hansel e Gretel, la matrigna cattiva era la vera madre dei bambini. Avevamo però per le mani le edizioni Ladybird: mi hanno influenzato più le illustrazioni delle parole. Il troll di Billy Goats Gruff era meravigliosamente terrificante. Mi ha disgustato, l’ho odiato, l’ho adorato e non riuscivo a smettere di guardarlo. Forte era anche l’attrazione per Rumpelstiltskin (Tremotino in Italia, ndr), mi sentivo dalla sua parte. Ho amato la versione successiva della favola (di Jacob Grimm) in cui Rumpelstiltskin è così arrabbiato che si strappa a metà. È impressionante pensare che queste fiabe abbiano avuto un ruolo essenziale nell’infanzia.
Nella stesura dei suoi libri entrano anche vicende autobiografiche?
Non avrei mai scritto un romanzo su Madame Tussaud senza aver lavorato nel museo delle cere, a Londra. Quando ho lasciato l’università ho svolto una serie di mestieri: archivista per un chirurgo plastico, custode in un teatro del West End e poi è arrivato il museo Tussaud. Impedivo alle persone in carne e ossa di «ferire» le bambole, le persone di cera. La mia riproduzione preferita era la stessa Madame Tussaud. Si è ritratta come una donna anziana, avvizzita, sbucata fuori da qualche leggenda del folklore. Lei è la Storia sotto sembianza umana. Ha incontrato personaggi famosi e li ha intrappolati nella cera. Sembra incredibile che abbia vissuto davvero. Mi piaceva starmene lì, nel museo, prima dell’arrivo dei visitatori, da solo, con tutti i personaggi. Li potevo quasi sentire respirare.
Il «capitolo» teatro. Può raccontarci qualcosa della sua esperienza con il maestro del «teatro dell’ombra» in Malesia?
Ho lavorato con uno degli ultimi grandi burattinai della Malesia. Mi ha insegnato a comprendere la vita nascosta negli oggetti. I suoi pupazzi, sebbene piatti e fatti di pelle di capra sono vivissimi. Il teatro mi manca. Lo scorso anno, ho scritto il canovaccio per un balletto basato sulle fiabe di Grimm. Mi ha reso felice. Un giorno, ambienterò un libro in un teatro.

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