VISIONI

Iggy Pop, esercizi di autonoma ridefinizione del rock

Annunciata da una tromba, la title track è il racconto di un sogno
CECILIA ERMINIusa

Dopo la lancinante esplosione rock del suo collasso in Post Pop Depression e la narrazione minacciosa, riflessiva ed esaltante sull’EP Teatime Dub Encounters degli Underworld, Iggy Pop ritorna sulle scene con Free, album che sfugge a ogni possibile categorizzazione, un’esplorazione lunatica, intelligente e inusuale di alcuni stati d’animo oscuri ed elettronici, acuita dall’irascibile voce di un’iguana sempre più a metà fra William S. Burroughs e Johnny Cash. A partire dall’omonima traccia iniziale, un piccolo segmento «parlato» che sembra uscito da Small Change di Tom Waits, è subito chiaro che il disco si configura dolorosamente come un esercizio di autonomia, svuotamento e ri-definizione.
LIBERO dalle aspettative, dalle comparazioni, dai fantasmi del passato, Iggy sembra abbandonarsi alla cupa serenità di un nichilismo - inteso come svuotamento di tutti i fondamenti, siano essi divini o materiali, umani o sociali - riempito dalle note di un pioniere del jazz moderno come Leron Thomas, che nella sua carriera ha raccolto brillantemente la lezione di Miles Davis e Wayne Shorter, e dalla chitarrista avant-garde Noveller, alias Sarah Lipstate. Se Post Pop Depression brillava di vitalità e vigore, Free si abbandona alla notte, alle nebbie, forte della recente esperienza trip-hop con i Tawater e Alva Noto, rifiutando la calcificazione e la comodità noiosa di una carriera irripetibile. La title track è una sorta di suggestivo racconto di un sogno, annunciato da una tromba e dal mantra «Voglio essere libero», che assomiglia al canto delle balene.
IN «LOVE MISSING», la traccia successiva, sembra invece ritornare sui suoi passi e raccogliere i pezzi lasciati da Josh Homme nel disco precedente ma è solo un depistaggio. L’album prosegue con i seducenti beat elettronici di Sonali, quasi una traccia nascosta del Blackstar di David Bowie, s’inebria di ottoni, di ambient, di free jazz e si conclude con due poesie in musica.
LA PRIMA, We Are The People, è un componimento di Lou Reed scritto nel 1970 che Laurie Anderson ha «regalato» a Iggy (Siamo lo sguardo cristallino restituito/attraverso la densità e l’immensità di una nazione impazzita) mentre in Do Not Go Gentle Into That Good Night, celeberrima poesia del gallese Dylan Thomas, Iggy, con uno struggimento lacerante, sembra voler incoraggiare se stesso, e noi, a non accettare passivamente un destino che vuole che ci si spenga, docili, nel nulla.

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