CULTURA

Anche nella narrativa per i più giovani i tabù possono rimanere in soffitta

«LUPA BIANCA LUPO NERO» DI MARIE AUDE MURAIL, PER GIUNTI
ARIANNA DI GENOVAITALIA/pordenone

Se vai sulla cattiva strada ci resti. È una delle tante perle di saggezza popolare che la maestra propone ai suoi alunni ogni giorno. Tra questi, però, c’è Lazare, bambino mulatto di otto anni, figlio di Sauveur, psicologo originario della Martinica che ha perso sua moglie quando il figlio era piccolissimo. E Lazare, abituato a spiare le sedute del padre con i suoi pazienti, non pensa di certo la stessa cosa: scrive la sua storia aderendo inconsciamente alle leggende ancestrali degli indiani d’America. Se una lupa bianca incontra un lupo nero, dapprima si spaventa e sta alla larga ma poi di fronte a gruppi di malintenzionati lo difenderà, perché da quell’unione può nascere un lupacchiotto grigio, un portatore sano di altre abitudini e stili di vita.
D’ALTRONDE, essendo venuto al mondo proprio nel mezzo, tra il bianco e il nero appunto, Lazare è predestinato a questi incontri generatori di mondi. E se per esempio una ragazzina come Margaux si taglia, riempiendo di cicatrici i suoi avambracci, è fondamentale fare una ricerca e munirsi di un valido antidoto: la conoscenza delle pratiche della scarificazione. Per Lazare, cresciuto solo con Sauveur, bambino dotato di un’intelligenza profonda che si prodiga con virtù sciamaniche a fare da scudo alla sofferenza, quel «sapere» è un modo come un altro per stare vicino a suo padre. Ma il desiderio di simbiosi gli permette di indagare ciò che accade, trasformandosi a sua volta in affabulatore, un originale direttore di scena per il teatro dell’esistenza.
La scrittrice francese Marie Aude Murail - che giovedì 19 sarà ospite (ore 11,30) a Pordenonelegge, presentata da Nadia Terranova - porta in Italia il suo potente romanzo Lupa bianca Lupo nero, pubblicato da Giunti (pp. 264, euro 14), con il quale ha dato l’avvio alla serie che vede al centro della narrazione la coppia Sauveur&figlio, Lazare. Due nomi non casuali: un salvatore e un risorto, tanto per chiudere il cerchio della vita terrena entro contorni certi e anche un po’ magici, cercando di schivare il quimbois, quell’insieme di oggetti per il malocchio disseminati davanti l’abitazione con una testardaggine seriale da qualcuno. Murail, che già in Oh boy (Giunti), impastando ironia e spregiudicatezza, aveva dimostrato che nella letteratura destinata ai più giovani i tabù possono rimanere in soffitta («solo la prostituzione dei minori è un tema di cui non riesco ancora a trovare la cifra giusta del racconto», ha detto in un’intervista), qui affronta una serie di disagi adolescenziali che prendono forma sotto lo sguardo distratto e svogliato degli adulti. Anche lo psicologo-taumaturgo è fallibile umanamente: cura estranei in difficoltà e gli sfugge sotto il naso il benessere di suo figlio, tanto da non accorgersi che per anni lo ha affidato a una tata razzista.
IL ROMANZO - i cui fili sono tutti tenuti uniti dall’ascolto «clandestino» di Lazare delle storie portate nelle stanza della seduta psicoanalitica - con il suo catalogo di fobie, angosce, dissapori familiari, coercizioni sottili o brutali, disturbi di personalità finisce per essere la radiografia di una società che si specchia in una superficie riflettente deformata. Una società dove scuola, genitori ed educatori giocano un ruolo non più decisivo ma dai contorni evaporati, confusi, mescolando piani, emozioni e proiettando le loro frustrazioni.

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