VISIONI

«Sanctorum», elegia di un mondo indigeno e anche un po’ trascendente

SETTIMANA DELLA CRITICA
LUIGI ABIUSIITALIA/VENEZIA

Chiusura a effetto della Settimana della Critica, a effetti luminosi, fosforescenze, brillii stellati nello spazio convesso notturno; quello di Sanctorum del messicano Joshua Gil (fuori concorso), a confermare il livello e lo spettro (e la spettralità) della selezione di quest’anno, tra parabole, melò, realismi, misteri, fino alla densità e alla stratificazione narrativa dell’ultimo, suggestivo film in concorso (proprio un’idea di cinema che cerca di mettere insieme porzioni, partizioni anche antitetiche di visibile e dicibile, in un discorso composito, ancora aperto dopo l’ultimo titolo di coda), Partenonas di Mantas Kvedaravicius. Il quale sembra comunicare, in termini di ricerca sulla densità, opacità dell’immagine, proprio con il film di Gil, elegia di un mondo (indigeno, indifeso), elegia del mondo, suggellata da un «epicedio» di elementi naturali fino all’abbaglio finale che vibra di suono, di rombo, qualcosa che sibila e sedimenta l’immagine come in Reygadas. Soprattutto quello di Post Tenebras Lux (di cui Gil rievoca anche le presenze cornute, fosforiche, oltre ai fenomeni atmosferici elettrici: una natura fatta di rovesci, straripamenti, latenze), o di Weerasethakul, con i suoi spettri che appaiono e scompaiono in stasi da posa, metempsicosi; o dell’Hors Satan di Bruno Dumont, livido, espressionista, campestre.
E GIÀ DAL PRINCIPIO Sanctorum si pone dalla parte di questo cinema ferino, espressionista, trascendente, con il firmamento acceso, sorto da un pulviscolo astrale, che muggisce come all’inizio di Luz Silenciosa. È una cupa sirena che gli abitanti di una piccola città messicana persa tra le montagne, avvertono come un suono di campane proveniente dallo strato di nuvole sovrastante, che musica la mattanza di indigeni, raccoglitori di marijuana per il cartello, tra cui una mamma e suo figlio deambulanti tra terra, vapori, esalazioni da cavità profonde.
Il cielo suona e la terra parla da una bocca scura, così l’immagine sfolgora: questo è il film di Gil, tra ruralità e ancestralità che si consustanziano in immagini naturali (in cui vibrano le nebbie, gli umori, l’intrico vegetale) trascoloranti nel lucore artificiale di semidei fiammeggianti, negli effetti digitali, che sarebbero l’accentuazione di quella pratica pionieristica di Reygadas in Post Tenebras Lux.
I PERSONAGGI di Sanctorum si muovono in questa intercapedine tra naturale e sovrannaturale, attraverso la commessura, il passaggio tra le due dimensioni, che consta di tutta una ritualità funebre in quanto apoteosi floreale, di teschi, fuochi, mappe di un aldilà che il bambino percorrerà, perso nella foresta, alla ricerca di sua madre.
Lo scambio tra queste due sfere è continuo, teso tra materiale e immateriale: possanza dello scorcio di montagna, dei corpi ammazzati, incendiati, le armi, le case spartane dei lavoratori, lo sfondo naturale che fermenta nell’inquadratura per vapori, fenomeni, boati; e d’altra parte l’impalpabilità e il baluginare di metaplasmi, che siano i fantasmi domestici, perfettamente apichatpongiani o gli spiriti infiammati, usciti da quella bocca terranea.
Questo scambio, l’osmosi tra la sfera elementare e quella spirituale, in un’acme puramente cinematografica in quanto reazione del cinema alla violenza, si fa scontro di placche, di dimensioni, visualizzate dalla scena, dall’inquadratura che si bipartisce, si torce, generando la tempesta, il tornado, espanso, fino a un apice di luce, come un ritorno al grado zero dell’espressione.

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